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sabato 29 gennaio 2011

Qiè, fēi.


Fare la concubina è stato sempre un mestieraccio da tutte le parti, figuriamoci in Cina, dove quel rompiscatole di Confucio voleva che tutto fosse rigidamente regolamentato e soprattutto controllato, per le tasse, mica per altro). D'accordo l'imperatore doveva rappresentare anche quello che per ogni persona doveva essere il sogno del massimo raggiungibile, quindi l'harem era il minimo a cui avesse diritto, ma non pensiamo che fossero tutte rose e fiori. Regolamento è regolamento e la morale è la morale. Che puntigliosamente predisponeva che avesse una regina, tre consorti principali, 9 di secondo rango, 27 di terzo e 81 concubine ufficiali. Inoltre i ranghi inferiori dovevano unirsi al re più frequentemente dei superiori e la regina aveva diritto ad un rapporto al mese. E non è che uno poi faceva come gli pareva, troppo comodo. Attenzione c'erano 30 dame di corte incaricate di accompagnare le aventi diritto nel letto nuziale, dove rimanevano per assistere alla consumazione prendendo diligentemente nota con inchiostro rosso (da cui "scrittura rossa" per letteratura erotica) dello svolgimento dei fatti e dei relativi risultati, trascrivendoli poi negli atti ufficiali del regno dove tutt'oggi sono visibili.


Non ci sono le foto solo perchè non avevano telefonini, ma altro che trascrizione di intercettazioni, qui siamo di fronte ad informazioni testimoniali dirette ed inoppugnabili, uno sputtanamento mediatico senza se e senza ma, soprattutto se si considerano le cilecche. Naturalmente le concubine, essendo quindi ammesse con maggiore frequenza nel talamo imperiale, si davano un sacco da fare per ottenere prebende su cui il re largheggiava, perle, anelli e gioiellame vario, oppure per avere incarichi di importanza, ma qui non c'erano santi, la Cina è sempre stata meritocratica e non c'era verso che una concubina potesse avere un posto nella amministrazione imperiale. Nel letto va bene, ma finiva lì. E' molto interessante allora, esaminare i caratteri dal significato di concubina. Due erano principalmente usati. Come vedete in entrambi ovviamente era presente il ben noto segno che significa donna (sotto in qiè e a sinistra in fēi), l'altro segno invece descrive come sempre un aspetto particolare delle concubine di quei tempi. Nel primo caso il segno superiore significa "stare diritto" (la stilizzazione di una persona ben in piedi sulla linea del terreno) per dimostrare l'orgoglio con cui queste signore valutavano la loro importanza nella considerazione e nelle decisioni dell'imperatore, su cui esercitavano comunque un potere che potremmo definire ricattatorio, mentre nel secondo carattere la donna è abbinata al segno di "fili della trama" in quanto questo tipo di donna, nell'attesa di accedere al talamo, non fa altro che tessere trame e non si allude al telaio in questo caso. In ogni caso donne travagliate e tristi che non avevano diritto, come le mogli principali, di rimanere tutta la notte accanto all'imperatore, ma che, per così dire a missione compiuta, venivano accompagnate alle loro residenze dai membri della scorta, condannate a nutrire un sordo risentimento per questa ingiustizia. A tal proposito vi lascio con una poesia del già citato libro delle Odi, Le Stelline (altra parola usata per indicare le concubine).




Siamo solo tremolanti stelline.

Timide, camminiamo nel buio

mentre la notte regna nel palazzo.

Povere donne dal destino ineguale.


giovedì 13 gennaio 2011

Péng yǒu.


Siamo ancora in Cina per esaminare una parola moderna, esempio della evoluzione della lingua. Nato come monosillabico, il cinese mandarino, va aggiungendo al vocabolario sempre un maggior numero di vocaboli formati da due o più sillabe. Questo per arricchire meglio i concetti e per superare il problema della confusione creata dai troppi bisensi, provocati dal basso numero di sillabe utilizzate. Tutto questo aumenta la ricchezza di sfumature della lingua unendo concetti diversi nello stesso pensiero. Un esempio di questo è la parola che vediamo oggi e che significa semplicemente "amico". Anche i due ideogrammi che anticamente si usavano separatamente avevano lo stesso significato ma illustrava aspetti diversi. Il primo, rappresentato da due deliziosi spicchi di luna, vede nell'amicizia il momento della confidenza, dell'aprirsi a raccontare le cose più intime, come possono fare gli amici davanti alla porta di casa, in una bella sera rischiarata dai raggi lunari. L'amicizia viene qui interpretata soprattutto come sentimento.


Nel secondo, invece dove si vede bene la stilizzazione più semplice della mano, rappresentata solo attraverso il pollice e l'indice, si privilegia l'aspetto dell'aiuto che puoi aspettarti di avere da un vero amico. Che deve essere presente nel momento del bisogno, appoggiandoti una mano sulla spalla per dirti, stai tranquillo, io sono qui e non ti lascio cadere, perchè se un tuo amico sta bene, se riesce a risollevarsi dopo una scivolata, anche tu stai meglio. Così nella parola sono evidenziati tutti i significati che deve avere l'amicizia. Però attenzione che gli affari sono affari e se la Cina si mette a comprare i bond europei dei PIIGS, non lo fa solo per il concetto di péng yǒu. Intanto il 7% è un buon affare, poi se sprofondiamo noi a chi andranno a vendere i loro prodotti? Conviene in qualche modo tenerci in piedi. In ogni caso così rafforzano notevolmente la loro posizione geopolitica e infine se la inettitudine dei nostri politici ci farà sprofondare definitivamente, basterà allargare il pollice e l'indice della manina con cui ci tengono sollevati per la collottola e lasciarci sprofondare nel baratro. Vuol dire che per un po' avranno lavorato gratis e le merci andranno a venderle in Africa.

martedì 28 dicembre 2010

Lóng.



Quello di cui parliamo oggi, nella forma tradizionale e in quella odierna semplificata, è uno degli ideogrammi più noti e amati della lingua cinese. Come si può vedere dalla evoluzione del carattere a partire dai segni più antichi di quasi 4000 anni fa, di cui vi allego la serie completa, l'immagine del drago era sufficientemente chiara. Nei più classici si possono distinguere nitidamente le ali a destra, mentre sinistra in basso si vede il corpo con le scaglie, con sopra un segno fonetico, già incontrato che significa stare diritto. Nella moderna semplificazione è rimasto molto poco di tutto questo, così il drago cinese, elemento dello zodiaco, animale magico, potente ma soprattutto buono, è anche sinonimo di imperiale e glorioso. Piacerebbe sicuramente a qualunque imperatore, anche nostrano che si vedesse, grande, forte e dispensatore di benessere e felicità.

Ma il nostro drago celeste, Lóng - 龙, ha la testa di cammello, le corna del cervo, occhi di coniglio, orecchie di mucca, collo di serpente, ventre di rana, scaglie di carpa, artigli di falco e zampe di tigre, un bonaccione forte con barba e vibrisse che non fa paura a nessuno e che oltretutto è anche sordo, per questo i cinesi chiamano draghi quelli che non sentono bene. E' insomma un concentrato di cose buone e positive. Ecco perchè, quando calava la sera vicino al lago di Hang Zhou, il mio amico Ping mi portava in una delle tante sale da thé, sulla riva nascosta tra i salici a gustare una tazza di Lóng jǐng chá - 龙井茶, il thé del Pozzo del Drago, il più buono e famoso della Cina, ambrato e profumato, da gustare in silenzio, guardando l'altra sponda del lago, come due vecchi contadini che sotto la veranda della capanna, in una sera d'estate, parlano di canapa e sorgo.

martedì 23 novembre 2010

Gān bēi.


Oggi post di utilità (non sono richiesti ringraziamenti particolari). Dunque nel caso siate invitati in occasioni conviviali da amici cinesi, certamente sarete coinvolti in grandi brindisi con uso abbondante della tipologia di alcool presente sulla tavola, ma di certo verrete invitati a bere tutto d'un fiato con l'accompagnamento stentoreo della parola "gān bēi". Questa frase che sta per il nostro "alla salute" è in realtà l'invito di "asciugare la coppa", discutibile abitudine, forse mediata dai russi, di svuotare sempre il bicchiere, pena la scortesia. Questo uso popolaresco è in realtà in contrasto con l'antico galateo cinese che invitava l'ospite a degustare cibi e vino con lentezza taoista. Ma i tempi cambiano per tutti. Dunque esaminiamo i due interessanti caratteri.


Il secondo, bēi -Coppa, è formato da due segni più semplici, legno +non, come dire (ma è una mia interpretazione) che una coppa degna di questo nome non può essere di legno ma di nobile porcellana, mentre il primo, il verbo gān (asciugare, finire) aveva il significato originale molto più duro di colpire, percuotere, offendere, in quanto il segno stesso potrebbe avere due differenti origini. Infatti se questo è la stilizzazione di uno scudo ne deriva il senso di proteggere, seccare (nel senso del cibo per la conservazione), difendere. A esempio ci sono chiari composti come Hàn - 旱, dove il segno è posto sotto il sole a significare "siccità" (il sole che secca).


Se invece, come è più probabile, deriva dalla forma di un pestello da mortaio, ecco che arriviamo all'azione fisica della percussione ripetuta all'infinito e quindi il traslato morale di offendere, ingiuriare, fare del male. E' di certo il modo più terribile per fare de male ad una persona, non il colpo deciso, violento, inferto magari in un momento di stizza, di cui ci si pente subito dopo, ma quello lento e ripetuto, meditato, che con malignità percuote come un pestello, all'infinito, la persona da distruggere, calunniandolo, colpendolo nei suoi affetti e nella sua persona ogni giorno, tutti i giorni come una goccia che a poco a poco crea nella pietra una fessura insanabile. Lasciate fare ai cinesi che la sanno lunga e limitatevi a vuotare il bicchiere.

sabato 13 novembre 2010

Bǐ, běi .




Come certamente sapete, in Cina non si usano le posate a cui noi siamo abituati. Niente coltello (dao) volgare ed aggressivo, relegato nei meandri delle cucine fumose, inutile in tavola a cui arrivano soltanto cibi in minuscoli pezzettini. Niente forchette sostituite dalle bacchette ( kuài zǐ- 筷子). Ma al fianco del minuscolo piattino su cui si depongono i cibi prelevati dai piatti comuni al centro, ecco apparire un delicato e particolare cucchiaio di porcellana, in tono con i piatti, usato per sorbire con rumorosi risucchi il brodo o le zuppe che di solito chiudono il pasto.

Durante le mie permanenze laggiù ne compravo sempre qualcuno, affascinato dalla loro forma elegante. Il carattere che lo rappresenta ( Bǐ ) si riferisce ad un antico utensile da cucina, una sorta di mestolo che rimaneva appoggiato al tavolo la cui grafia è derivata da quella di Uomo scritta a rovescio. Viene usato in molti composti, ad esempio nel comune e usatissimo ideogramma cardinale Nord (běi ), dove lo stesso radicale viene rovesciato. Due uomini che si voltano le spalle. Perché il nord è il simbolo del freddo, del gelo, dell'incomprensione ottusa, del rifiuto dell'altro che è sempre il nemico, il barbaro. Non a caso i barbari contro cui si devono costruire le più inutili muraglie, arrivano da nord.

Il contrapposto Sud è invece il simbolo del caldo, della solarità, della gioia, della comprensione reciproca. Al caldo il cervello lavora meglio e la cupa oppressione mentale non ottunde il pensiero con l'odio e l'intolleranza. Secondo i principi del fang shue le porte si devono aprire verso sud, così come a sud devono essere rivolti il trono del re e le poltrone dei teatri, perché la mente sia più aperta a comprendere, a capire, a interpretare. Se giriamo l'omino, ripetendo due volte il radicale otteniamo Bǐ - 比, in cui i due cucchiaini posti l'uno accanto all'altro significano "confrontare". Solo se due uomini si guardano e si confrontano possono valutare le differenze ed apprezzarle. Solo da un confronto sereno e sincero può nascere l'apprezzamento reciproco e la tolleranza per i reciproci difetti.

mercoledì 20 ottobre 2010

Cè suǒ.


Torniamo ad esaminare una parola formata da due caratteri e di uso comune in Cina. Leggete con attenzione il post perché vi sarà utilissimo quando vi troverete da soli in una qualunque parte della Cina in condizioni di averne bisogno. Dunque partiamo dall'ideogramma di destra Suǒ - 所 (come avrete ormai capito si comincia sempre dalla parte finale che è quella più importante per definire il senso della frase o della parola come in latino), che è molto comune e si trova in moltissime parole complesse. E' formato da due ideogrammi semplici; quello di destra è la stilizzazione di una scure, mentre l'altro significa Porta, Stipite come si immagina vedendo il segno di quella che potrebbe essere una piccola cerniera fissata alla ciambrana. Quindi definisce una zona specifica: quella davanti alla porta dove si spacca la legna per l'inverno ed ha assunto il significato generico di Luogo, Posto, Edificio. Ma è l'ideogramma di sinistra quello assolutamente più divertente e geniale: Cè - 厕.



E' infatti composto da tre parti. Quella esterna fatta da due linee grossolanamente disposte ad angolo retto che raffigurano l'idea di una sommità, con una sporgenza da cui ci si sporge nel vuoto sopra un abisso; al disotto di questa, abbiamo un gigantesco occhio su un collo teso e al fianco la stilizzazione di una lama. Dunque ci siete arrivati? Mettiamo tutto assime. Un luogo dove da una posizione che si sporge su un buco di cui non si scorge il fondo, si sta con l'occhio sbarrato dallo sforzo mentre una lama (forse di dolore) ti trafigge. Ma benedetta gente è il Luogo del Bisogno. Più prosaicamente il Gabinetto. Qualcuno interpreta l'occhio sbarrato (che mi pare assolutamente più pittografico e pregnante), come una conchiglia, la prima forma di moneta, non il bidet, sconosciuto da quelle parti, in quanto alcuni di questi luoghi potevano essere a pagamento, ma mi pare una spiegazione più tirata per i capelli. La cosa ancora più curiosa è la sua pronuncia, appunto Cèsuo quasi identica a Cesso, cosa che vi aiuterà a ricordare il termine al momento appunto del bisogno. E non ditemi che questo non è un blog di servizio.

giovedì 19 agosto 2010


Se fossi un ragazzo giovane e dovessi entrare oggi nel mondo del lavoro, sarei molto preoccupato e incazzato anche; da un lato ti dicono che sei un bamboccione che non hai voglia di fare nulla, dall’altro ti offrono lavori in nero a 6/800 euro e te ne chiedono altrettanti per affittare una stanza; poi sul giornale leggi che dei poveri datori di lavoro non riescono a trovare decine di cuochi e devono chiudere i loro locali, mentre il giorno dopo un cuoco risponde che da 18 anni riesce a lavorare solo in nero per poco più di un migliaio di euro con 13 ore di lavoro e appena chiede di essere messo in regola, rauss!

I cinesi hanno sempre avuto ben chiaro che i rapporti di lavoro sono rapporti di forza, in cui chi comanda ha su di te ogni diritto e tu nessuno. Come sempre lo si vede bene nella lingua. Oggi esaminiamo l’interessante carattere Lì-隶. E’ costituito dall’ideogramma di mano (in alto) che afferra la coda di un animale visto dall’alto (sotto) e di cui si notano le quattro zampe che tentano inutilmente di resistere allargandosi al massimo nelle quattro direzioni. Il significato originario era ovviamente quello di afferrare, ma subito ne ha assunto un altro: “subordinato, lavoratore dipendente”. Unito a Nú (servo) – , si ottiene schiavo.

Sempre più chiaro ed evidente. Certo un tempo i sacerdoti portavano le vittime al sacrificio tirandole per la coda. Oggi ad essere tirato per la coda e condotto al macello è chi è più debole ed in stato di necessità. Se non sei così debole, i nostri bravi cinesi dicono che: “ Hai una coda troppo grossa per scodinzolare”, se invece sei in stato di necessità, sei uno che “muove la testa e dimena la coda”. E’ il mercato amico mio, devi rassegnarti, è la legge della domanda e dell’offerta. Il problema è che mi sembra siamo tornati ad un periodo di capitalismo selvaggio in cui tutto è permesso. Il guaio è che queste situazioni hanno la tendenza a finire tutte malamente e se poi la gente si incazza davvero di aprire il giornale e leggere solo delle cucine a Montecarlo o delle puttane a palazzo, sono grane grosse, perché quando monta la rabbia, non si intendono più ragioni, si strappa la coda e si spacca tutto.

venerdì 23 luglio 2010

Shui, Bing.


Quando fa caldo si pensa ad una sola cosa, fresco liquido che scorre. Tutto il mondo è paese; in Cina, dove quando fa caldo ufficialmente non si possono superare i 39,5 °C (a 40 °C la regola imporrebbe la sospensione del lavoro nelle fabbriche, vecchia legge che la moderna competizione economica ha fatto cadere in desuetudine), così come a Mosca, dove l'amico Ferox, boccheggiante mi invita a riflettere su questi due ideogrammi.


Il primo, Shuǐ - 水, l'acqua, è anche uno dei cinque elementi fondamentali e come tale riveste grande importanza anche nella lingua, dove il carattere e la sua semplificazione come radicale (ricordate le tre goccioline che cadono, con la terza che rimbalza graziosamente, usata in un gran numero di ideogrammi per dare l'idea di qualcosa di liquido? es: vino - 酒 , mare - 海) sono usati in un gran numero di parole.

L'acqua era fin dall'inizio rappresentata da tre linee sinuose verticali, una che sosteneva il flusso centrale con due rivoletti laterali, quasi fossero una graziosa cascatella, come armoniosamente viene raffigurata ancora nel carattere moderno, in cui i tre flussi sono un po' più contorti e paiono saltare tra i massi del torrente. Lo troviamo un po' dappertutto. Unito a Vento abbiamo Feng Shui - 风水, l'arte di costruire seguendo i concetti della natura che va di moda anche in occidente; pensate che ad Hong Kong il grattacelo della banca centrale, oltre ad essere messo di storto nella strada, ha anche un buco altro tre piani al centro per far passare il vento sfavorevole, perché così ha consigliato l'esperto.

Unito a Fiore dà: Shui Huà - 水花 , che significa Spray, concetto moderno reso con poesia, lo spruzzo raffigurato come un fiore di acqua profumata. Con Sciagura (costituito da Fuoco sotto al tetto, tanto per capirci) forma Shui Zai - 水灾, che significa alluvione. Perchè l'acqua può essere amica o nemica. "L' acqua sostiene la nave, ma può anche rovesciarla" recita il proverbio, cinese naturalmente. Ma con questo caldo l'acqua, la vorremmo solo nella sua forma solida. Ecco che quando l'acqua gela, sulla superficie forma venature e crepe, si raggruma in piccoli gruppi di aghi.
Così per dire Ghiaccio, Bīng - 冰 , il carattere mette le consuete goccioline accanto al segno di acqua, ma non ce la fanno a cadere in tre come di solito, dopo la seconda scesa fuori, la terza non ce l'ha fatta ad uscire, è rimasta bloccata, ghiacciata dentro il tubo, è così rimasto solo un ghiacciolo striminzito.


Secondo altri, i due trattini, forse indicavano due lingotti di bronzo, per evocare l'impressione di freddo che il bronzo dà al tatto; l'ennesimo proverbio cinese recita: "Il ghiaccio e' fatto di acqua, ma e' piu' freddo", per indicare forse che l' allievo, puo' superare il maestro. Ma io riesco solo ad avere in mente la graziosissima figlia del mio amico che implorava di avere un Bīng qī lín - 冰淇淋 , il flusso di gocce gelide, espressione poetica che raffigura solo un bel gelato!

lunedì 7 giugno 2010

Yi Quan


L’Yi Quan è una delle molte forme di lotta cinesi. Letteralmente significa La lotta (il pugno) dell’intenzione, dall’unione dei due ideogrammi che vi ho riportato. Il primo (Yi) che designa una attitudine dello spirito, come si nota infatti dal sottostante carattere che significa cuore, presente in tutta questa serie di parole legate ai sentimenti e il secondo (Quan) – pugno, (anche qui è ben chiara la parte inferiore dell’ideogramma che significa mano) alla base della denominazione di tutte le arti marziali cinesi. E’ definito anche come Da Cheng Quan ovvero Metodo del grande conseguimento e nacque all’inizio del secolo dagli studi del celebre maestro Wang Xiang Zhai che volle riportare il Kung Fu ormai troppo rigido, imbrigliato da regole eccessivamente teoriche e divenuto poco efficace, ad un metodo più moderno, istintivo e naturale ma allo stesso tempo più vicino allo spirito antico di questa arte marziale. In anni di studio e di confronti, questo grande maestro, che si dice sia rimasto imbattuto, ha tentato di integrare i principi vitali, sintetizzando l’essenza di tutti gli stili della tradizione cinese, badando soprattutto all’efficacia, non disgiunta da una grande bellezza stilistica. Nello studio di questa arte marziale, si tralascia quasi completamente la memorizzazione delle sequenza e delle forme , ritenendole inutili e distoglienti dalla concentrazione e dallo sviluppo dell’atteggiamento mentale e della qualità del movimento, con una conseguente perdita di efficacia. Sembra che chi pratica con costanza l’Yi Quan ritrovi gli atteggiamenti naturali del movimento e quindi, come accade per istinto agli animali, sviluppi le capacità innate di autodifesa e di reazione istintiva di fronte al pericolo.
Siete curiosi? Un’ ottima occasione è partecipare allo stage , aperto a tutti, il 19 giugno al Castello di Roddi (vicino ad Alba), tenuto dal maestro di Yi Quan, Luigi Pelissero, grande esperto di questa forma di arti marziali cinesi, che ho avuto modo di apprezzare in uno stage multidisciplinare, lo scorso anno.
Se volete maggiori informazioni date un’occhiata al suo sito :
http://www.scuoladelprincipiounico.it/
oppure mandategli una mail a:
luigi1967it@yahoo.com

mercoledì 24 marzo 2010

Guì Xìng.


Oggi la carovana dei Polo a cui mi sono improvvidamente unito e con cui mi trovo benissimo (in verità sono degli eccellenti compagni di viaggio), si prende ancora una pausa in attesa di farsi raggiungere da Acquaviva che, come vi ho anticipato, dal suo raffinatissimo blog di cucina dai sapori internazionali, vuole onorarci unendosi a noi lungo il viaggio e come immaginerete le salmerie sono essenziali in una spedizione, quindi valgon bene una sosta. D'altra parte i fratelloni si fermarono a Kazan (Bolgara) per circa un anno, quindi giorno più o meno, che sarà mai! Certo che anche per loro e per il commercio in generale, una conoscenza, anche se non approfondita e limitata ad un lessico essenziale delle lingue dei paesi attraversati, è di vitale importanza per il mercante di tutti i tempi. Ecco perchè, seguendo le regole della tuttologia, impararle male, purchè siano molte, anche io ho sempre cercato di avere qualche rudimento, anche se minimo o parziale degli idiomi con cui sono venuto a contatto. Certo non si deve avere la presunzione di credere di parlarle, queste lingue, ma la conoscenza anche minima di qualche frase risulta sempre utile e fa sempre simpatia nelle trattative commerciali. Tra l'altro si notano anche interessanti punti in comune tra lingue magari lontanissime. Ad esempio la parola "caro" (utilissima nelle trattative) ha la stessa doppia valenza materiale di "costoso" e spirituale di "prezioso, vicino affettivamente" anche in russo e in cinese. Così veniamo agli ideogrammi di oggi. Infatti quando si chiede ad un cinese "Come ti chiami?" si usa la frase "Tu (tuo) caro cognome? - Ni gui xing? " E' interessante il carattere xìng 姓, costituito da due parti, la sinistra (nu - donna) e la destra (sheng - nascere), in quanto nell'antichità la società cinese era decisamente matriarcale ed il cognome procedeva per via matrilineare, mentre guì - 贵, (caro, prezioso) è preso qui nella sua accezione spirituale. Si noti come il carattere sia composto dai due più semplici, zhòng - 中, che significa nel mezzo e più sotto, jiàn - 见, che significa vedere. Cioè, bisogna guardare ben dentro a una cosa o nell'intimo di una persona, per scoprirne, la preziosità, il valore, la rara unicità. Ma appaiata a questa è necessario ben conoscere un'altra frase fondamentale: "Tai gui la!" pronunciata con enfasi e rincrescimento allo stesso tempo, che significa "Troppo caro!" basilare in tutte le trattative di mercatura. Certo i Polo la conoscevano bene in tutte le lingue, senza fare confusioni e a tal proposito, mi torna alla mente una situazione divertente occorsa a mia suocera quando tanti anni fa volle partecipare, soddisfazione di una vita, ad un viaggio organizzato nelle lontane Indie. Molto amante dei mercati e desiderosa di sperimentare l'arte della contrattazione alle bancherelle del lontano paese, era tuttavia sprovvista dei mezzi tecnici necessari, padroneggiando soltanto l'idioma piemontese oltre all'italiano. Prima della partenza, quindi cercammo di addestrarla a fondo, ma si sa che ad un certa età imparare le lingue è difficile. Ci limitammo quindi a due sole espressioni inglesi, assolutamente basilari: How much? - Quanto costa? e Too much! - Troppo caro! con cui ritenevamo fosse possibile condurre degnamente qualsiasi trattativa. Giunta quindi al mercatino tibetato di Jampath Road a Delhi, si precipitò immediatamente tra i banchi, affascinata dal rutilare travolgente dei colori e dagli odori indiani e innamoratasi subito di alcune deliziose pashmine che formavano una cascata di morbidezza, riempiendo completamente l'ingresso di un negozietto, prese il coraggio a due mani e si diresse con decisione verso il sonnolento venditore che stava appollaiato su un trespolo di fianco all'ingresso. Si piazzò davanti al tipo e puntato il dito verso l'oggetto dei suoi desideri lo apostrofò con sicurezza con un deciso: "Too much". Il venditore, ormai rotto a tutti gli approcci commerciali, allargò le braccia e sembra abbia contestato qualcosa dal significato presupponibile di: "Lo so, ma tutto aumenta, vuol dire che le farò un bello sconto." Come sempre, quando c'è la volontà di capirsi, la trattativa andò a buon fine e la bella sciarpa fa ancora bella mostra di sé dopo venti anni.
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lunedì 15 marzo 2010

Zhòng.


Chi è stato in Cina lo sa. Se cammini per una città cinese, sia per strada, sia in un parco, che in un qualsiasi luogo pubblico è molto difficile che si possa provare il senso della solitudine, la sensazione agorafobica di vuoto, di mancanza della presenza umana. Dovunque e comunque sei circondato, premuto, affastellato da una moltitudine infinita di persone, una calca infernale che scorre ai tuoi lati e davanti e dietro di te senza quasi lasciarti lo spazio per respirare. Se avete dei problemi a stare in mezzo alla folla in spazi ristretti, la Cina non è il vostro posto, diciamo che praticamente siete perennemente circondati da persone indaffarate alle quali, tra l'altro, questa densità mostruosa non dà alcun fastidio apparente. Le stazioni sono luoghi ben rappresentativi di questa situazione. Appena varcato un ingresso, debitamente incanalati in un flusso di persone, ci si trova imbottigliati in ambienti dove non è possibile muoversi con facilità in una direzione scelta, specialmente se non si sa ancora con precisione dove si deve andare, ma si viene, per così dire portati da una corrente principale che si muove all'interno della massa vivente, bisogna allora cercare di defluire lateralmente alla corrente stessa per potere uscire dal fiume e riuscire a fermarsi ai lati, dove stazionano grandi gruppi di persone intente a mangiare, a chiacchierare o semplicemente a riposare, per decidere il da farsi ed individuare quale sarà il giustro refolo di folla che vi porterà nel luogo da voi prescelto. Il tutto molto chiassoso e condito con spinte e pressioni da ogni parte, tutte considerate regolari e non da ammonizione. Però la folla disordinata ha un suo ordine intrinseco e si governa in vari modi, con cartelli, con ordini dati con voce stentorea, con sistemi ammiccanti e suasivi. In effetti la lingua cinese, che come sappiamo descrive i concetti con dei segni e spesso con dei pittogrammi, non ha dubbi per rappresentare la folla. Ben conosciamo il simbolo dell'omino in piedi con le gambe aperte che significa appunto Uomo, persona (Ren). Ebbene basta vergarne tre di omarini, due in basso e uno sopra per rappresentare con un gruppetto di uomini quasi visti in prospettiva, ottenendo Zhòng - 众, la folla, la moltitudine, tanti uomini raccolti nello stesso posto. Magari da portare in piazza, da fare marciare ordinatamente, da mettere al lavoro nei campi o anche da lasciare tutti assieme anche se separatamente davanti ad una televisione, da cui si può parlare, convincere, indottrinare. Cosa non facile da fare, perchè non è da tutti avere la capacità di accalappiare la folla, così mutevole e ondivaga. Bisogna avere capacità, mezzi e grande determinazione, doti che sono appannaggio di pochissimi, gli altri invece andranno bovinamente ad aggiungersi ai tre omini del carattere di oggi, un altro segnetto nel mucchio, un altro mattoncino nel muro perchè è così facile, così semplice, così tranquillo e senza pericoli seguire la folla gridando viva o abbasso. Ecco perchè il proverbio cinese dice: "E' più facile seguire la folla, che farsi seguire da essa".

martedì 23 febbraio 2010

Zhǔ, Shì.

La società cinese è sempre stata molto sensibile nei confronti degli anziani. Tutta la filosofia morale del confucianesimo è indirizzata a considerare l'anziano come il depositario della cultura ed il patrimonio della memoria per la società. Potrete ben capire come questo sentire mi sia particolarmente caro, per ragioni squisitamente personali e interessate. Di certo questa posizione sta cambiando, come è naturale, visto che il sapere si sta spostando sempre più rapidamente nelle mani dei gruppi più giovani e non passerà molto che anche in Cina i vecchi verranno accantonati con fastidio come già da tempo avviene dalle nostre parti. Il sapere ed il potere marciano di pari passo e chi detiene l'uno ha contemporaneamente anche l'altro e non lo molla facilmente. In questo ha sempre aiutato la scrittura cinese che, ricca oggi, si dice, di circa 100.000 ideogrammi, di cui non più del 15% conosciuti dalle classi con cultura universitaria, possiede interi gruppi di caratteri cosiddetti specialistici (come quelli legali, medici, scientifici e altri) che sono conosciuti solo dagli addetti ai lavori. Fate conto che un documento legale, che già da noi si interpreta con una certa fatica, risulta non leggibile in Cina da qualcuno che non abbia una specifica competenza legale e così via. Una forma di potere particolarmente impenetrabile e forte dunque. Ecco come nel passato Anziano = Sapiente fosse una equazione particolarmente valida. Il Lao contrapposto allo Shao (giovane e inesperto) di cui abbiamo già parlato qui, è "colui che ha cambiato colore dei capelli" e col grigio ha acquisito esperienza e saggezza e non ci sono santi, bisogna stare a sentire quello che dice. Questa sottolineatura si ritrova in molti altri caratteri come ad esempio quelli, molto semplici, che vedete in alto (grazie Ferox). Zhǔ - 主, si compone a partire da Wang (vedi qui) che significa Re, ma sul quale è stato apposto un piccolo segno, una fiammella, cioè "Colui che ha il potere di un Re con in più o grazie al fatto che possiede la fiamma del sapere" e significa Maestro, padrone in cui si rileva sempre la commistione irrinunciabile tra sapere e potere. E' ovvio che in ogni società che si consideri civile, chi governa "deve" anche essere saggio e sapiente, cosa che era comune anche nella nostra società, un tempo, forse. Il secondo, Shì - 士, significa "uomo colto e sapiente" ed è formato dai due deogrammi più semplici che significano 10 (la crocetta) e 1 ( il trattino orizzontale) per rimarcare che di uomini di questa fatta non se ne trovano molti, sono una rarità, non più di uno su dieci. Certamente essere non troppo giovane e magari con la barba, contribuiva, in Cina, ad essere ascoltato con più attenzione e deferenza; sarà anche questo uno dei motivi per cui me la sono fatta crescere quando bazzicavo da quelle parti. Che infingardo! Eh no! Non dite così, anche questo fa parte dell'esperienza, del potere, del sapere e quindi della dovuta considerazione che meritiamo noi anziani. Le cose che diciamo sono quasi sempre molto intelligenti e degne di essere ascoltate. E con rispetto. E' chiaro? Ricordo una volta a Shanghai, che, durante una fiera nello stand vicino al mio, stava un tizio non più giovane che rappresentava diverse ditte. Rimaneva tutto il giorno appollaiato con aria sonnacchiosa vicino ad un tavolo dove si alternava una coorte di questuanti che lui trattava con una certa supponenza e liquidava con poche e certamente sagge parole. I giovanotti, dopo aver ricevuto il viatico se ne andavano con la testa bassa a svolgere i loro compiti. Quando non aveva nessuno da benedire, chiacchierava con me in un inglese molto approssimativo (sapere è potere, i cinesi infatti, sono infastiditi dal fatto che uno voglia imparare la loro lingua, cosa che farebbe loro perdere un vantaggio notevole). Una sera particolarmente fiacca, mentre sorseggiavamo un delicato thé oolong, osservamo con il distacco proprio dell'anziano, due standiste che di fronte a noi distribuivano volantini di una ditta della Mongolia interna. Così anche quella volta, il vecchio saggio volle lasciarmi una delle sue perle. Strinse un po' gli occhi per guardare meglio, poi esalò: "You know, Mister Bo, Mongolian girls are the best, because they smell of cheese" e non volle aggiungere altro chiudendosi in un silenzio meditativo. L'esperienza, ah l'esperienza!
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domenica 7 febbraio 2010

Niù, Hù.


La prossima settimana in Cina ed per estensione in tutte le Chinatown del mondo sta per scoppiare il capodanno, la festa per eccellenza per i cinesi, che si fermeranno completamente per almeno una settimana alla faccia del lavoro indefesso. Si passerà dunque dall'anno del bue a quello della tigre. Ecco perchè oggi ho deciso, previa consultazione con Ferox, mio duca in questo campo minato, di esaminare questi due caratteri, che come molti altri, provengono dall'osservazione precisa della natura. Il bue (o bufalo) ,-niù , il segno dell'anno che se ne sta andando, è il secondo animale che accorse al richiamo del Budda morente e quindi è anche il secondo segno dell'oroscopo. Viene considerato segno di grande meticolosità e di concentrazione nel lavoro e chi è nato in questo segno è generalmente considerato molto affidabile ed apprezzato. Segnalatelo nel curriculum se intendete andare a lavorare da quelle parti, tutto serve. Nel pittogramma originale si vedevano entrambe le corna assieme alle quattro zampe; qui, nel semplificato, si vede la testa di profilo con un corno solo, ennesimo sfruttamento da parte dell'uomo. E' curioso notare che questo ideogramma unito a quello di cavallo, altro animale da fatica, significa "bestie da soma" ma, per estensione anche "contadino" .Se invece si scrive sotto il segno di tetto, che già ben conoscete vale "recinto", ma anche "prigione", il bue è mica scemo e lavora appunto come un bue perchè è costretto a farlo, ovviamente. Ma lasciamo l'anno che se ne va e osserviamo quello che arriva sotto il segno della Tigre, -hù, il terzo animale arrivato dal Budda, simbolo di carisma, fascino, fermezza, dinamicità e anticonformismo. Imprevedibili e originali, i nati di questo anno, amano il rischio ed infrangere le regole, per questo non sono molto amati dai datori di lavoro; anche qui, dunque occhio al curriculum. Lì ci badano a queste cose. Il radicale originale rappresentava solo le complesse striscie del felino sopra al segno che significa "zampe". Quindi l'ideogramma definitivo mostra la belva stilizzata, ritta sulle zampe posteriori in procinto di gettarsi sulla preda e sbranarla. Appaiato al segno di bocca, significa"le fauci della morte".Brrrrrr... Però date retta a me, se trovate qualcuno della tigre, non abbiate timore, sarà un incontro piacevole; come dice il proverbio, cinese appunto, "Chi cavalca la tigre, non vuole mai smettere."

lunedì 1 febbraio 2010

Wǒ, Nǐ, Nín.


Non c'è niente da fare , l'uomo, l'individuo, nasce prevaricatore e vuole comandare. Ci sono voluti millenni per arrivare e far accettare alla gente di buon senso la più imperfetta forma di governo, la democrazia. Quella dove alla fine la gente sta meglio, ma anche lì qualcuno ha sempre tanta nostalgia dell'uomo solo al comando;l'uomo solo poi non aspetta altro. E questa è una caratteristica comune sotto tutti i cieli della terra come dimostra l'esame dei pronomi personali cinesi. Partiamo dalla prima persona singolare, IO.L'ideogramma 我 - Wǒ, è formato come al solito da due parti, a sinistra la stilizzazione della mano (Shou) che tiene a destra una alabarda (Ge), infatti, secondo la tradizione quando un uomo tiene in mano una lancia e la brandisce, afferma il suo io, il suo potere e aggiungerei il suo desiderio di prevaricazione, la necessità di imporsi con la forza alle idee degli altri. Nella sua forma piu' antica il carattere raffigurava due lance incrociate, a rappresentare la lotta per affermare la propria volontà, tanto per cambiare. Ma se passiamo al secondo carattere, la seconda persona singolare TU, (你 - Nǐ) mi pare che l'atteggiamento filosofico taotista cinese riprenda il sopravvento , infatti accanto al segno stilizzato dell'Uomo (a sinistra) troviamo il carattere del bilancere, quell'attrezzo che i contadini cinesi portano sulle spalle con appesi due cesti o due secchi per trasportare i liquidi, che infatti sono simboleggiati dai due trattini a lato del perno centrale. Tu, ovvero la persona nostro pari che sta di fronte a noi, non è altro che un uomo in grado di trasportare il nostro stesso peso, un essere uguale a noi, di pari diglità. E guardate invece il terzo carattere 您 - Nín, quello che si usa come segno di cortesia per rivolgersi a chi ci sta di fronte, un po' come il nostro "LEI". Usa lo stesso carattere del Tu, ma sotto è disegnato l'ideogramma che significa Cuore (molto riconoscibile dalla forma del triangolo coronato da tre grossi vasi sanguigni che ne escono fuori) per significare affetto e deferenza e che viene utilizzato in tutte le parole in cui ha parte importante il sentimento. Delizioso, vero? Con questo tocco gentile, mi ritiro quindi, accompagnando il gesto con un breve inchino in linea con il post, suggeritomi per la verità dal mio maestro Ferox.

martedì 19 gennaio 2010

Xiōng, Mèi, Jiě, Tài.


Ferox, che mi segue con fedeltà dal gelo sarmatico, mi fa notare quanto sia importante per i cinesi il concetto di famiglia e come di conseguenza, questo si riverberi sulla lingua, come di consueto. Di certo, la famiglia è uno dei grandi obblighi e dei punti fissi per quel popolo. E' noto il rispetto e la devozione verso i genitori ed in generale verso gli anziani della famiglia ed il ricordo religioso rivolto agli antenati. Chissà se in questa era di contaminazione, questo aspetto verrà conservato. La Cina, complice la politica del figlio unico, sta invecchiando al pari dell'Europa e questa grande massa di anziani nullafacenti (di cui io sono il classico esempio) comincia a creare anche là notevoli problemi di tipo economico-sociale, unita ad una generazione di bamboccioni viziatissimi (che laggiù vengono chiamati piccoli imperatori) che sta crescendo tra mille agi prima sconosciuti. Tra l'altro ricordo che tutte le minoranze (tibetane, uigure, ecc.) sono escluse da questi obblighi ed anche per questo odiate dalla maggioranza Han. Grande interesse quindi nell'esame degli ideogrammi che definiscono i rapporti di parentela. Partiamo dunque dal primo Xiōng - 兄, fratello maggiore. Qui si evidenziano, nella parte inferiore, le due malferme gambette del fanciullo che comincia a fatica a camminare, ma il carattere di Bocca sovrapposto ad esse chiarisce subito che questo è il fratello che già sa parlare, in un tempo in cui i figli si facevano uno dietro l'altro, si direbbe senza soluzione di continuità. Nel secondo: Mèi - 妹 si evidenzia a sinistra il ben noto (per chi mi segue)segno di Donna accompagnato da quello della pianta con l'aggiunta di un trattino orizzontale che sottolinea il fatto che il fusto sta per uscire dalla linea del terreno, che sta nascendo (ha infatti, da solo, il significato di Nascere), pertanto Sorella minore, quella nata da poco, in contrapposizione al terzo Jiě - 姐, sorella maggiore, dove la parte destra del carattere, che ha anche funzione fonetica, significa da solo Più avanti, quindi la ragazza più avanti con gli anni. E veniamo all'ultimo, il più interessante, secondo me. Tài -太, è un ideogramma tra i più usati e deriva, come certamente ricorderete dal comunissimo Dà - 大, l'omino con le braccia aperte che sta per Grande, con l'aggiunta di un puntino, una gocciolina tra le gambine. Significa Troppo e quel puntino è proprio quel qualcosa in più che trasforma il grande in troppo, la classica goccia che fa traboccare il vaso. Grande, colmo, pieno che di più non può contenere e basta quel puntino per renderlo esagerato, non sopportabile. Che c'entra Troppo con la famiglia? Se raddoppiamo il carattere, quindi Tài Tài - 太 太, due volte troppo e vi lascio immaginare l'iperbole, abbiamo un'altra parola comune della lingua cinese. La indovinate? Significa Moglie. Non aggiungo altro, ma voglio lasciare spazio ai commenti che di certo vorranno evidenziare le identità filosofiche che stanno alla base di tutte le comunità umane e di certo anche il fatto, innegabile, che se la lingua parlata è sicuramente di predominio femminile, quella scritta, la redazione delle regole fondamentali quantomeno, è stata di totale appannaggio maschile. Credo che anche Socrate, se pur non ha lasciato nulla di scritto, avrebbe concordato.

mercoledì 6 gennaio 2010

Xiào.


Accidenti, qui è tutto un pianto greco, dovunque mi giro sento solo gente che si lamenta. Per carità, comodo dire così, se ti gira quanto meno normale, però ho la sensazione che un certo ottimismo, per lo meno come atteggiamento di base, migliori la qualità della vita. Anzi pare che ridere per qualche minuto al giorno abbia un riflesso significativamente positivo sulla salute. Sarà; ad esempio i cinesi, tanto per dirne una, ci hanno sempre creduto. Colgo un suggerimento di Ferox che mi segnala un carattere molto interessante e che calza a pennello con quanto detto. Prendiamo dunque l’ideogramma Xiao che significa proprio “ridere”. E’ diviso in due parti come molti altri. La parte inferiore è decisamente ideogrammatica, rappresenta un uomo che china la testa nell’atto di ridere, sempre molto controllato, mi raccomando, non sta bene il lasciarsi andare ad atteggiamenti scomposti, che deformano i tratti del viso in modo volgare, direbbe il vecchio abate assassino del Nome della Rosa. Niente esagerazione, ma equilibrio, compostezza, armonia. Quindi chiariamo subito che ridere per i cinesi non significa sghignazzare, ma appena di più che sorridere. Un filino, quanto basta per capire la differenza, per dimostrare che chi lo fa si diverte per sé stesso, non solo per mettere a suo agio chi sta con lui. E volendo sottolineare proprio questa levità, questa compostezza, ecco che arriva, mirabile, il tocco di genio, la parte superiore del carattere, che è anche la chiave di ricerca del carattere stesso. Presa da sola è Zhu, il prezioso, delicato, flessibile bambù, sempre presente, col suo verde pallido ad ornare ogni giardino che si rispetti, che si piega alla forza bruta, ma resiste incrollabile, non si lascia strappare, spezzare; più tu eserciti la forza, più lui ti vince, ti taglia le dita. Così deve essere la risata, come il fruscio della canne tenere di un ciuffo di bambù, deve accarezzare con un suono allegro l’ambiente, deve rendere ancora più bello il volto di una donna, più simpatico quello di un uomo. Saper ridere in Cina è fondamentale, per una trattativa commerciale, per intrattenere i propri ospiti, per trattare con le persone. Mai mostrarsi irritato durante una relazione d’affari, mai perdere la pazienza, ma ridere e bere il thé. Bisognerà che scriva un trattatello per il mercante in Cina prima o poi. “Se non sai ridere, non aprire un negozio” recita il più classico dei proverbi cinesi e secondo me i cinesi, di motivi per ridere ne hanno parecchi, anche se tutto il resto del mondo li snobba come copiatori infaticabili e basta. Per gente che ha avuto genitori che andavano a strappare l’erba nei fossi per mettere qualcosa nella pancia, qualche passo l’hanno fatto e non li ha certo aiutati nessuno, casomai hanno cercato di buttarceli in quel fosso; tutto merito loro, del loro lavoro e della loro determinazione. Un senso di sacrificio, che magari da queste parti latita un po’. Si sghignazza di più, certo, ma mi sembra che si rida di meno.

mercoledì 9 dicembre 2009

Xuě.


Da parecchio abbiamo lasciato da parte l'estremo oriente, cosa rimproveratami anche da Ferox, che giustamente di Russia non ne può più, sempre in bilico tra amore e odio. Quindi su suo suggerimento e suggestione, vorrei commentare con voi l'ideogramma di stagione Xuě. Come sempre in questa lingua avvincente dovete mettervi nei panni di chi, con in mano un pennello, davanti un foglio bianco volle descrivere qualcosa osservando la natura. E' vestito pesante, il saggio, di una spessa tunica nera a proteggersi dal freddo pungente del Liao Ning nel gelido nord cinese. Ma, davanti al lago ghiacciato, respira a fondo l'aria che il vento del nord ha reso pulita e sottile. Lentamente traccia i primi segni, con cura meticolosa. La metà superiore è composta da due parti, la stanghetta orizzontale in alto, che è una semplificazione di cielo, mentre la parte centrale significa cadere dall'alto, come potrete facilmente indovinare dalle quattro deliziose goccioline che scendono pian piano sulla terra, infatti preso da solo significa "pioggia" ( Yǔ - 雨 ). Questo carattere è presente in molti ideogranni più complessi che descrivono le varie meteore che scendono o derivano dalla volta celeste come ad esempio 雷 电 - léi diàn (tuoni e fulmini) , in cui si vede nel primo segno qualcosa che cade dal cielo sulla risaia (in basso vista dall'alto, come un insieme di quadretti formati dagli arginelli faticosamente fatti a mano) seguito da quello del lampo, che come una ragnatela, disegna nel cielo una trama di bagliori prima di precipitarsi con una lama maligna e mortale sulla terra sottostante. Ma torniamo al nostro carattere, che il pennello dello scriba ha così elegantemente disegnato. Perchè sotto a ciò che cade dal cielo, con quattro brevi tratti ha dipinto il simbolo di una scopa? Per ricordare il lavoro necessario per pulire la strada davanti a casa quando cade dal cielo Xuě, la neve appunto, candida e leggera che si ferma sulla soglia e che di tanto in tanto, il contadino spazza via con la ramazza di rami che ha preparato nella stagione buona. Sì, è quasi ora che cadano i primi quattro fiocchi lievi, come quelli che già sono sui camminamenti del Forte, sui gradini sbrecciati e millenari della muraglia a Simatai, o nei parchi di Mosca dove quest'anno si è fatta attendere tanto a lungo. Bianca e pulita, come i doni del cielo, perchè in un attimo, noi possiamo sporcarla, renderla poltiglia nera e fangosa, come tutto quello che tocchiamo. Soltanto un fastidio in più, che qualche uomo nero ci spali via in fretta e poi se ne torni da dove è venuto.

lunedì 19 ottobre 2009



Se ancora occorresse sottolinearlo, la grafia cinese è fortemente influenzata da una attenta osservazione di quanto ci circonda. Così il radicale semplice Mù - "occhio" era disegnato nell'antichità come una classica losanga con il segno della pupilla al centro, il più classico dei pittogrammi; se non sbaglio si trova identico nei geroglifici egiziani con il segno Irt che significa appunto vedere. Col tempo il segno venne verticalizzato per uniformarlo alla grafia classica e stilizzato per praticità, riducendo la losanga a rettangolo e la pupilla ai due tratti orizzontali interni. Il carattere serve poi unito ad altri per formare innumerevoli parole della lingua comune, sempre però costruite con il senso poetico della Cina contadina. Così unito al segno di "albero" dà il significato di "ispezionare" (Xiang) rimarcando questo aspetto birichino dell'occhio che osserva stando nascosto dietro ad un albero, quindi guarda, non visto, per poi dare un giudizio successivo non condizionato, anche perchè gli ispettori dell'imperatore erano assai severi ed incorruttibili nel riportargli le magagne che osservavano andando in giro per l'impero; niente mazzette, se no, quando colti sul fatto naturalmente, zac, via la testa. Non è certo che poi questo servisse realmente ad eliminare la corruzione che forse è un tarlo insito nell'uomo, che nessuna scure di boia può fermare. Basti ricordare a questo proposito che i contratti standard che si firmano in Cina contengono una clausola che rimarca l'impegno per il venditore a non usare strumenti di corruzione verso la parte compratrice. Se è necessario sottoscriverlo, significa che la cosa è un bel problema, nonostante tuttora sia prevista in molti casi appunto la pena di morte. Ma per i cinesi , quantomeno era importante che almeno l'imperatore e le persone che lo circondavano non fossero corrotti, perchè questo dava armonia a tutto quello che ne discendeva e l'esempio (dice il solito proverbio cinese) viene dalla stanza più alta. Che levità, che senso della poesia, come quello appunto, che conduce al secondo carattere di oggi: Mi -sorridere-. Quando si pensa a quanto abbiamo appena detto, per esempio, i muscoli mimici si contraggono e gli occhi si stringono fino a diventare piccole fessure, piccole appunto come come granelli di riso, ovali e sottili, dunque ecco accanto al segno di occhio quello del riso (-Mi- appunto che serve anche a ricordane la pronuncia fonetica). Ridere fa bene, sorridere ancora di più, serve a vedere il modo e le sue corruzioni con un occhio (appunto) distaccato e sereno.

domenica 27 settembre 2009

Non è facile esprimere nella lingua cinese il concetto di equilibrio, proprio per la complessità di implicazioni che genera questa astrazione. Ecco così la scelta dei due caratteri "jūn shì" che letteralmente significano forze bilanciate, con l'ideogramma di destra in cui si riconoscono in basso il segno di Forza (la vanga bidente usata nei campi dall'uomo, ricordando sempre che la lingua cinese ha alla base la cultura contadina) e in alto a sinistra uno delle tante stilizzazione della mano che questo strumento usa con fatica. Quindi l'equilibrio è un concetto assai largo, sia fisico che mentale, ma in entranbi i casi con le medesime caratteristiche che si raggiunge solo con applicazione, fatica, continua dedizione in ogni tipologia di evento umano. Questo è uno dei probabili motivi per cui tutte le tecniche del corpo orientali, in cui sempre l'aspetto mentale è strettamente legato a quello fisico, hanno in comune la pregiudiziale ricerca dell'equilibrio come fondamento della conoscenza e dell'efficacia dell'attività stessa. Tutte le arti marziali, come anche quelle artistiche, dalla pittura alla calligrafia, non possono cominciare, se prima, attraverso la respirazione o altre tecniche lungamente studiate non si raggiunge quella equilibrata serenità che consente di applicarsi alle tecniche apprese. Il fine, come è ovvio è il benessere del corpo e della mente, ecco perchè tutte le tecniche mediche , agopuntura, massaggio, diagnostica del polso e tutto il resto che fa parte della medicina cinese, ricercano innanzitutto l'equilibrio, l'assenza del quale genera la malattia o meglio il malessere. La cosa non è così fumosa come può apparire e per trovare un riscontro scientifico a quanto detto, ecco che il Centro di Medicina Sportiva di Cuneo con la collaborazione del grande Maestro Enrico Colmi, ha iniziato una ricerca che mi sembra interessante. Si vuole verificare se i praticanti di arti marziali orientali e di Tai Ji in particolare abbiano un equilibrio maggiore a chi queste cose non fa. Così con un gruppetto di amici, ieri mattina ci siamo sottoposti alla macchina infernale, dove legati a fili e a sensori ci si pone alternativamente su un piede solo, prima ad occhi aperti e poi chiusi e infine su una tavoletta basculante, liberi e poi legati, per non farsi aiutare dagli arti a contenere le oscillazioni, si misurano i tempi di resistenza senza appoggiarsi alla barra sensibile, l'ampiezza e la frequenza delle oscillazioni stesse, i movimenti del corpo grazie ad un sensore fissato sul petto, quelli dei basculanti e molti altri parametri. Pare che l'equilibrio del corpo che, con l'aiuto di meccanismi coscienti esterni come la vista e il labirinto dell'orecchio, ci consente di non cadere, sia tutto in una serie di recettori posti attorno ai tendini ed ai legamenti delle articolazioni basse che inviano informazioni ad un area non cosciente del cervello che, con istantanei micromovimenti, provvede a farci mantenere in piedi nelle varie condizioni. L'efficacia del sistema diminuisce con l'età e con il disuso. Ecco l'interesse di tecniche che aumentino o allenino tutto questo ambaradan. Tutto questo interessa ovviamente sportivi, anziani, ma in ultima analisi tutti, che di maggiore equilibrio in molti sembrano avere necessità. Anche io che, colto fin dal mattino presto da un micidiale colpo della strega figlio della mia antica discopatia, sono stato dalle mani magiche di Enrico (ve lo consiglio caldamente), che trapanandomi i punti sensibili, in pochi minuti mi ha rimesso in condizioni di ritornare a casa. Naturalmente il verdetto comune della medicina orientale ed occidentale messe a confronto è stato unanime, nel senso che se perdessi una ventina di kili, forse le cose andrebbero meglio. Potenza dell'equilibrio.

lunedì 14 settembre 2009

Fēi.


Volare è il sogno dell'uomo, in tutti i tempi ed in tutte le culture. Per alcune più che in altre è assieme sogno e poesia. Seguendo le indicazioni dell'amico Ferox, quindi volevo portare la vostra attenzione su uno degli ideogrammi più poetici della lingua cinese. Nell'antichità per trascrivere l'idea del volo si tracciava un complesso carattere che voleva raffigurare delle cicogne in volo col collo slanciato mentre attraversano il cielo al tramonto, in stile un po' Lufthansa tanto per capirci. Nel tempo l'ideogramma si è andato semplificando come si vede nella versione tradizionale a sinistra dove si lascia spazio alle ali distese, mentre nella versione moderna "semplificata" la grafia veloce ha letteralmente spennato le maestose ali della cicogna riducendole a due misere alucce e alla lunga gamba visibile del trampoliere in oggetto. Così unito a jī (macchina) abbiamo abbiamo (macchina che vola) quindi "aereo", perchè oggi bisogna produrre di più e più velocemente e lo spazio per la poesia deve essere necessariamente ridotto, ma ecco che il germe non si spegne e si fa strada comunque, perchè la bellezza anche se calpestata dall'economia non muore mai e se uniamo il nostro fēi al carattere di "bianco" abbiamo il significato di parola scritta, in quanto se i caratteri sono vergati con la giusta attenzione e lentezza della bella calligrafia, rimangono molti spazi bianchi , come se il pennello volasse.... Ma insiste Ferox che i cinesi non solo solo dei poeti sognatori, ma sanno credere anche alle cose reali e vogliono capire a fondo anche quelle cose che da noi si sottovalutano o vengono prese come scherzi estivi. Ecco allora che mi porta l'attenzione su : bu ming fei xing wu. Le prime due sillabe le abbiamo già viste e quindi ve le ricordo soltanto () "non chiaro" , mentre le due che stanno accanto a fēi (volare) significano oggetto. Dunque? Oggetto volante non identificato, UFO, detto anche fei die (碟) "piattino che vola". Ehehehehe, loro pare che ci credano, anzi li studiano con attenzione, ci sono addirittura delle riviste che ne parlano dettagliatamente, poi basta dare un'occhiata su iutiub e se ne trovano a iosa (es. qui , qui , qui ). Ferox dice che è per questo che ci stanno fregando, magari gli omini verdi erano gialli in effetti.