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venerdì 25 settembre 2009

Per chi suona la campana.


E' mattina presto in un parco di una città cinese qualunque. L'aria pungente dell'inizio primavera ti lascia respirare bene e tra le piante non arrivano neanche gli odori poco gradevoli di una umanità troppo numerosa per non darsi reciprocamente fastidio. Su un prato un gruppetto di anziani praticano il Tai Ji con movimenti lenti e continui che aiutano a fare spazio tra i pensieri, a rallentare le connessioni tra neuroni, a far fluire con regolarità vagotonica i tuoi bioritmi. Anche i suoni sono lontani, quasi impercettibili, ovattati dallo spazio e dalle distanze. In fondo al giardino, d'un tratto, una percussione netta fa esplodere nell'aria un suono forte e deciso che si spande nell'aria in onde sovrapposte come una pietra gettata sulla superficie piatta di uno stagno. E' una sonorità grave quella della grande campana cilindrica che sta sotto un porticato di colonne rosso laccato a cui un monaco ha spinto, con un movimento ritmato e deciso, il grande batacchio contro la parete ricoperta di minuscoli caratteri in grafia antica. Dura a lungo il suono di una grande campana, pervade l'aria come un liquido denso, scemando a poco a poco come vino che cola gli archetti di glicerina lungo le pareti di un bicchiere di puro cristallo. Lentamente, con spazi precisi e preordinati. Tutte le campane che ricordo danno queste sensazioni. I colpi frequenti ed acuti da un basso campanile bianco della chiesetta di Chamula nel Chapas, il tintinnio delle campanelle dorate dei templi buddisti di Chang Mai, la campana rituale battuta col pestello di legno dei monaci tibetani al monastero di Sera, le grandi campane giapponesi fatte risuonare dal movimento di un tronco basculante, il concerto lontano dalle torri di Notre Dame ed anche l'Ave Maria che alle otto di tutte le mattine, il campanile del mio paesetto di montagna, proprio sopra la mia testa, spara in maniera assordante e ripetuta, eppure non fastidiosa. O ancora le piccole campane che fanno da sottofondo continuo al verde ricco di sentore di spezia di Bali, i tocchi pesanti nella semioscurità della cattedrale di Colonia, il desiderio di farsi sentire dei suoni che scendono dalle cupole a cipolla del grande monastero di Kiev sulla riva del Dnieper ghiacciato, lo scampanio di quelle appese al collo degli animali al pascolo in una valle alpina o quelli un po' più sordi e rapidi dei piccoli campanacci delle capre dei monti del centro di Creta. Diversamente da quasi tutti gli altri mezzi inventati dall'uomo per produrre suoni, questo dà sempre una sensazine di misterico, di trascendente, della ricerca umana di appoggiare la propria debolezza a qualcosa di più forte e tranquillo. Chi ha inventato la campana? Certo qualcuno che cercava la pace interiore. Avrete capito che stamattina non sapevo di cosa scrivere, ma mentre scorrevo le foto che ho in archivio alla ricerca di idee, la vista di questa campana lontana si è subito accoppiata magicamente al vuoto mentale, entrando automaticamente in risonanza. Secondo voi ci vogliono più campane in giro?

lunedì 27 luglio 2009

Tai Ji

Cosa è Tai Ji? Quante risposte a una domanda a cui forse, come diceva un maestro, non è possibile rispondere. C’è un posto qui, sotto un vecchio larice, con una piccola radura piana coperta di erba bassa e senza pietre. L’aria sembra più fine quassù e l’essere circondati dal bosco da un senso di forza, di carica fisica e mentale al tempo stesso. Respiri profondamente, senti spirare dentro di te l’ossigeno, il sangue fluisce più rapidamente, la mente pur più vigile, si lascia andare ad uno stato di attenzione non analitica, non si appunta su alcun fatto specifico, rimane in uno stand-by attivo. Il respiro prende un suo ritmo calmo, prolungato. Poi, con lentezza inizia il movimento. Fin dall’apertura i piedi si muovono in modo ingannevolmente meccanico, la pianta stessa aderisce al suolo in maniera consapevole, considerando e ricercando un equilibrio globale. Il baricentro corporeo e mentale si abbassa istintivamente, per aderire alla terra, per facilitare il movimento, per rendere naturale ogni movimento. Le mani e le braccia si muovono con fluidità, alla ricerca di equilibrare una forza opposta e mutevole che fluttua nello spazio, scandendo posizioni, tecniche, movimenti. Lo sguardo segue un punto preciso in continuo divenire, che si sposta davanti, di fianco, dietro, a richiamare una reazione precisa in seguito ad una azione specifica. Le tecniche della forma si susseguono precise e cadenzate. Il pensiero non ha necessità di ricordarle, di prepararsi ad eseguirle in sequenza. Esse si susseguono naturalmente, perché il corpo ne conosce per imprinting il succedersi obbligato. La bella gru bianca allarga le ali e l’apparente instabilità del peso del corpo completamente sulla gamba sinistra mantiene il corpo stabile dopo la doppia parata; mani di nuvola per muoversi spostanto i colpi, mentre l’ossigeno penetra fino ai vasi più lontani; ago in fondo al mare e la posizione chinata e quasi rannicchiata del corpo aiuta la mano nel gesto di colpire; afferra la coda del passero ed i movimenti di afferrare, parare, spingere si dipanano lievi ed efficaci; accarezza la criniera del cavallo selvaggio ed ancora il corpo si sposta con naturalezza trattenendo per colpire. Un movimento scandito con lentezza che porta al termine la sequenza, che chiude la forma, che riporta il cerchio al suo equilibrio, alla posizione iniziale, alla tranquilla compiutezza. La mente rimane serena dopo. Ti puoi sedere su una roccia e guardare a valle. Sotto il grande larice, le cose assumono allora valenze differenti, come se i problemi fossero piccoli soprammobili da spolverare ogni tanto e se non ti piacciono più e ti infastidisce la loro vista, da riporre in un cassetto, definitivamente. La pianura con le sue paure, avvolta da una nebbiolina azzurra è lontana. Le ronde che la percorrono in camicie colorate, ancora di più.

lunedì 23 febbraio 2009

Il ventaglio Shan

Il Tai Ji Quan è una tecnica del corpo derivata da un’arte marziale cinese. Viene chiamata anche “meditazione in movimento” in quanto la serie di tecniche che vengono eseguite in sequenza, coordinate alla respirazione, sono finalizzate a dare al corpo equilibrio fisico e mentale e armonia di pensieri e di movimenti, secondo uno schema consueto in tutto l’Oriente, che non disgiunge mai l’attività fisica da quella spirituale. Il Tai Ji è una scansione continua di respiro e dinamica. Una simulazione di tecniche di lotta che nella realtà servono ad esercitare armonicamente ogni muscolo ed articolazione del corpo senza forzature o traumi. Ma il Tai Ji è anche uso simbolico della antiche armi cinesi. Nei luoghi dove era vietato portare armi, come nei palazzi imperiali, il guerriero teneva comunque con sé il ventaglio da guerra, uno strumento di cortesia trasformato in un’arma micidiale con stecche d’acciaio, fornita di lame affilate. Una cultura vecchia di millenni che ha sempre privilegiato la ricerca del'armonia fisica e mentale per raggiungere la serenità interiore, contrapposta ad un'altra cultura che ha messo al primo posto lo sviluppo, l'approccio analitico ai problemi, il benessere materiale e per questo è risultata vincente, tanto che ha travolto la prima avvolgendola in un abbraccio mortale. Ma se il benessere complessivo dell'individuo ne viene in effetti diminuito? Nei parchi delle città cinesi, solo anziani alle 6 del mattino praticano le forme del Tai Ji, abbarbicati per abitudine, non per convinzione, all'antico; forse irrisi dai giovani rampanti tesi a scalare le conquiste dei loro coetanei d'oltremare. Ma , Graecia capta ferum victorem cepit, e quindi un caldo grazie alle ragazze dell' Accademia Ohashikai ed alla loro Maestra Kinoué, che ieri sera, allo spettacolo organizzato dall' Associazione Il Melograno hanno dimostrato con grazia e tecnica il loro credere in una visione più completa della ricerca umana, muovendo con perfezione il ventaglio Shan, non per colpire alla gola un nemico reale, ma per affrontare e sconfiggere la parte oscura che è dentro di noi.

Il Tai Ji Quan viene definito anche come la meditazione in movimento. Quando si passava vicino ad un giardino pubblico in ogni città della Cina al mattino presto, si vedevano gruppi di persone, anziani con la giacchetta blu di Mao, ma anche giovani manager incravattati (ad Hong Kong) che, posata a terra la 24 ore si muovevano sincronicamente eseguendo le sequenze delle forme Yang. Per curare il corpo, la tonicità della muscolatura, la scioltezza delle articolazioni, la coordinazione del movimento, ma soprattutto l'armonia e l'equilibrio fisico e mentale. Una continua ricerca di sè che allontana la malattia, consueta nella ipocondriaca filosofia orientale. Così una sera, dopo una ossessiva giornata di lavoro in una stagnante umidità appiccicosa, seguii un mio amico che perfezionava il suo Tai Ji da un famoso maestro di Mong Kok. E' questo uno dei luoghi simbolo della fine dell'umanità per sovrappopolazione. Un quadrato di circa un kilometro dove vivono oltre un milione di persone. Un dormitorio di case di 25 piani con microalloggi, affastellate ordinatamente, in cui le persone si ammassano, cucinano, mangiano, dormono a rotazione, in un caldo da girone dantesco, su un pubblico palcoscenico di uno spettacolo giornaliero a cui nessuno fa caso. Un inferno orwelliano a cui l'uomo si abitua evidentemente. La palestra non era l'ombroso cortile di un tempio taoista, come nei film di Kung fu, ma la piatta cima di uno dei palazzi, da cui a stento si vedevano le luci della baia resa nera dalla notte senza stelle. Dai meandri venivano suoni di televisori al massimo del volume, voci di litigi, odori pesanti di pesce fritto nel wok, calore sudato di umanità stanca. Confluivano in lente volute sul tetto aperto e limitato da un basso parapetto su cui una decina di allievi perfezionavano i loro movimenti. Mi sedetti in un angolo cercando di non guardare sotto, osservando gli studenti maneggiare con perizia, la pesante sciabola o il lungo bastone. Uno provava e riprovava le posizioni di equilibrio della spada, mentre altri due con il mio amico eseguivano una sequenza a mani nude. C'era un'atmosfera di concentrazione nell'aria, ignara dell'umanità sottostante ed incurante della cappa umida e stagnante della notte. Il maestro, che aveva dato alcune distratte indicazioni all'inizio della lezione, era accosciato su un seggiolino sgangherato vicino al parapetto, appoggiato ad una tavola che sporgeva nel vuoto e scorreva con intensità le colonne di un giornale di scommesse dei cavalli, lanciando di tanto in tanto qualche occhiata distratta. Non mi stava facendo una grande impressione. Poi, posato il giornale con un grande sbadiglio, si alzò aggiustando il laccio dei pantaloncini e infilandovi il bordo della canottiera sudata. Era piccolino e grassoccio, quasi calvo, con la pancetta tipica del bevitore di birra. Nel momento in cui si alzava avvenne la trasformazione. Il suo passo era morbido, armonico, incongruo con la sua conformazione fisica. Passò da uno all'altro degli allievi, correggendo le posizioni, dimostrando i movimenti, eseguendo parti di sequenze con un equilibrio di postura ed una scioltezza del gesto che mi assorbirono completamente. Si sentiva il Qi fluire in lui con forza, ma ogni movimento appariva facile, leggero, fluido ed eseguito senza fatica, naturalmente come deve essere il Tai Ji. Una sensazione di armonia che annullava completamente l'ambiente circostante. La lezione finì e nel cigolante ascensore scendemmo lenti i 25 piani per andare al ferry che ci avrebbe riportati a Weng Chai. Il Tai Ji era ormai dentro di me. Il mattino dopo, alle 6:00, ero già nel Victoria Park a fare i primi movimenti.