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mercoledì 9 dicembre 2009

Xuě.


Da parecchio abbiamo lasciato da parte l'estremo oriente, cosa rimproveratami anche da Ferox, che giustamente di Russia non ne può più, sempre in bilico tra amore e odio. Quindi su suo suggerimento e suggestione, vorrei commentare con voi l'ideogramma di stagione Xuě. Come sempre in questa lingua avvincente dovete mettervi nei panni di chi, con in mano un pennello, davanti un foglio bianco volle descrivere qualcosa osservando la natura. E' vestito pesante, il saggio, di una spessa tunica nera a proteggersi dal freddo pungente del Liao Ning nel gelido nord cinese. Ma, davanti al lago ghiacciato, respira a fondo l'aria che il vento del nord ha reso pulita e sottile. Lentamente traccia i primi segni, con cura meticolosa. La metà superiore è composta da due parti, la stanghetta orizzontale in alto, che è una semplificazione di cielo, mentre la parte centrale significa cadere dall'alto, come potrete facilmente indovinare dalle quattro deliziose goccioline che scendono pian piano sulla terra, infatti preso da solo significa "pioggia" ( Yǔ - 雨 ). Questo carattere è presente in molti ideogranni più complessi che descrivono le varie meteore che scendono o derivano dalla volta celeste come ad esempio 雷 电 - léi diàn (tuoni e fulmini) , in cui si vede nel primo segno qualcosa che cade dal cielo sulla risaia (in basso vista dall'alto, come un insieme di quadretti formati dagli arginelli faticosamente fatti a mano) seguito da quello del lampo, che come una ragnatela, disegna nel cielo una trama di bagliori prima di precipitarsi con una lama maligna e mortale sulla terra sottostante. Ma torniamo al nostro carattere, che il pennello dello scriba ha così elegantemente disegnato. Perchè sotto a ciò che cade dal cielo, con quattro brevi tratti ha dipinto il simbolo di una scopa? Per ricordare il lavoro necessario per pulire la strada davanti a casa quando cade dal cielo Xuě, la neve appunto, candida e leggera che si ferma sulla soglia e che di tanto in tanto, il contadino spazza via con la ramazza di rami che ha preparato nella stagione buona. Sì, è quasi ora che cadano i primi quattro fiocchi lievi, come quelli che già sono sui camminamenti del Forte, sui gradini sbrecciati e millenari della muraglia a Simatai, o nei parchi di Mosca dove quest'anno si è fatta attendere tanto a lungo. Bianca e pulita, come i doni del cielo, perchè in un attimo, noi possiamo sporcarla, renderla poltiglia nera e fangosa, come tutto quello che tocchiamo. Soltanto un fastidio in più, che qualche uomo nero ci spali via in fretta e poi se ne torni da dove è venuto.

lunedì 19 ottobre 2009



Se ancora occorresse sottolinearlo, la grafia cinese è fortemente influenzata da una attenta osservazione di quanto ci circonda. Così il radicale semplice Mù - "occhio" era disegnato nell'antichità come una classica losanga con il segno della pupilla al centro, il più classico dei pittogrammi; se non sbaglio si trova identico nei geroglifici egiziani con il segno Irt che significa appunto vedere. Col tempo il segno venne verticalizzato per uniformarlo alla grafia classica e stilizzato per praticità, riducendo la losanga a rettangolo e la pupilla ai due tratti orizzontali interni. Il carattere serve poi unito ad altri per formare innumerevoli parole della lingua comune, sempre però costruite con il senso poetico della Cina contadina. Così unito al segno di "albero" dà il significato di "ispezionare" (Xiang) rimarcando questo aspetto birichino dell'occhio che osserva stando nascosto dietro ad un albero, quindi guarda, non visto, per poi dare un giudizio successivo non condizionato, anche perchè gli ispettori dell'imperatore erano assai severi ed incorruttibili nel riportargli le magagne che osservavano andando in giro per l'impero; niente mazzette, se no, quando colti sul fatto naturalmente, zac, via la testa. Non è certo che poi questo servisse realmente ad eliminare la corruzione che forse è un tarlo insito nell'uomo, che nessuna scure di boia può fermare. Basti ricordare a questo proposito che i contratti standard che si firmano in Cina contengono una clausola che rimarca l'impegno per il venditore a non usare strumenti di corruzione verso la parte compratrice. Se è necessario sottoscriverlo, significa che la cosa è un bel problema, nonostante tuttora sia prevista in molti casi appunto la pena di morte. Ma per i cinesi , quantomeno era importante che almeno l'imperatore e le persone che lo circondavano non fossero corrotti, perchè questo dava armonia a tutto quello che ne discendeva e l'esempio (dice il solito proverbio cinese) viene dalla stanza più alta. Che levità, che senso della poesia, come quello appunto, che conduce al secondo carattere di oggi: Mi -sorridere-. Quando si pensa a quanto abbiamo appena detto, per esempio, i muscoli mimici si contraggono e gli occhi si stringono fino a diventare piccole fessure, piccole appunto come come granelli di riso, ovali e sottili, dunque ecco accanto al segno di occhio quello del riso (-Mi- appunto che serve anche a ricordane la pronuncia fonetica). Ridere fa bene, sorridere ancora di più, serve a vedere il modo e le sue corruzioni con un occhio (appunto) distaccato e sereno.

mercoledì 7 ottobre 2009

Un liuto.

Oggi sono un po' giù di corda, quindi non vi tratterrò a lungo, cosa del resto richiesta da molti; vi prego soltanto di porre la vostra attenzione su questo pensiero di Liu Chang Chin, uno dei più grandi poeti del periodo Tang.

Ascoltando il suono del liuto.

Sul tintinnare del liuto a sette corde,
sento il sibilo calmo del vento tra i pini.
Amo quel brano, anche se è antiquato;
la gente d'oggi, del resto, per lo più non sa suonare.

domenica 27 settembre 2009

Non è facile esprimere nella lingua cinese il concetto di equilibrio, proprio per la complessità di implicazioni che genera questa astrazione. Ecco così la scelta dei due caratteri "jūn shì" che letteralmente significano forze bilanciate, con l'ideogramma di destra in cui si riconoscono in basso il segno di Forza (la vanga bidente usata nei campi dall'uomo, ricordando sempre che la lingua cinese ha alla base la cultura contadina) e in alto a sinistra uno delle tante stilizzazione della mano che questo strumento usa con fatica. Quindi l'equilibrio è un concetto assai largo, sia fisico che mentale, ma in entranbi i casi con le medesime caratteristiche che si raggiunge solo con applicazione, fatica, continua dedizione in ogni tipologia di evento umano. Questo è uno dei probabili motivi per cui tutte le tecniche del corpo orientali, in cui sempre l'aspetto mentale è strettamente legato a quello fisico, hanno in comune la pregiudiziale ricerca dell'equilibrio come fondamento della conoscenza e dell'efficacia dell'attività stessa. Tutte le arti marziali, come anche quelle artistiche, dalla pittura alla calligrafia, non possono cominciare, se prima, attraverso la respirazione o altre tecniche lungamente studiate non si raggiunge quella equilibrata serenità che consente di applicarsi alle tecniche apprese. Il fine, come è ovvio è il benessere del corpo e della mente, ecco perchè tutte le tecniche mediche , agopuntura, massaggio, diagnostica del polso e tutto il resto che fa parte della medicina cinese, ricercano innanzitutto l'equilibrio, l'assenza del quale genera la malattia o meglio il malessere. La cosa non è così fumosa come può apparire e per trovare un riscontro scientifico a quanto detto, ecco che il Centro di Medicina Sportiva di Cuneo con la collaborazione del grande Maestro Enrico Colmi, ha iniziato una ricerca che mi sembra interessante. Si vuole verificare se i praticanti di arti marziali orientali e di Tai Ji in particolare abbiano un equilibrio maggiore a chi queste cose non fa. Così con un gruppetto di amici, ieri mattina ci siamo sottoposti alla macchina infernale, dove legati a fili e a sensori ci si pone alternativamente su un piede solo, prima ad occhi aperti e poi chiusi e infine su una tavoletta basculante, liberi e poi legati, per non farsi aiutare dagli arti a contenere le oscillazioni, si misurano i tempi di resistenza senza appoggiarsi alla barra sensibile, l'ampiezza e la frequenza delle oscillazioni stesse, i movimenti del corpo grazie ad un sensore fissato sul petto, quelli dei basculanti e molti altri parametri. Pare che l'equilibrio del corpo che, con l'aiuto di meccanismi coscienti esterni come la vista e il labirinto dell'orecchio, ci consente di non cadere, sia tutto in una serie di recettori posti attorno ai tendini ed ai legamenti delle articolazioni basse che inviano informazioni ad un area non cosciente del cervello che, con istantanei micromovimenti, provvede a farci mantenere in piedi nelle varie condizioni. L'efficacia del sistema diminuisce con l'età e con il disuso. Ecco l'interesse di tecniche che aumentino o allenino tutto questo ambaradan. Tutto questo interessa ovviamente sportivi, anziani, ma in ultima analisi tutti, che di maggiore equilibrio in molti sembrano avere necessità. Anche io che, colto fin dal mattino presto da un micidiale colpo della strega figlio della mia antica discopatia, sono stato dalle mani magiche di Enrico (ve lo consiglio caldamente), che trapanandomi i punti sensibili, in pochi minuti mi ha rimesso in condizioni di ritornare a casa. Naturalmente il verdetto comune della medicina orientale ed occidentale messe a confronto è stato unanime, nel senso che se perdessi una ventina di kili, forse le cose andrebbero meglio. Potenza dell'equilibrio.

venerdì 25 settembre 2009

Per chi suona la campana.


E' mattina presto in un parco di una città cinese qualunque. L'aria pungente dell'inizio primavera ti lascia respirare bene e tra le piante non arrivano neanche gli odori poco gradevoli di una umanità troppo numerosa per non darsi reciprocamente fastidio. Su un prato un gruppetto di anziani praticano il Tai Ji con movimenti lenti e continui che aiutano a fare spazio tra i pensieri, a rallentare le connessioni tra neuroni, a far fluire con regolarità vagotonica i tuoi bioritmi. Anche i suoni sono lontani, quasi impercettibili, ovattati dallo spazio e dalle distanze. In fondo al giardino, d'un tratto, una percussione netta fa esplodere nell'aria un suono forte e deciso che si spande nell'aria in onde sovrapposte come una pietra gettata sulla superficie piatta di uno stagno. E' una sonorità grave quella della grande campana cilindrica che sta sotto un porticato di colonne rosso laccato a cui un monaco ha spinto, con un movimento ritmato e deciso, il grande batacchio contro la parete ricoperta di minuscoli caratteri in grafia antica. Dura a lungo il suono di una grande campana, pervade l'aria come un liquido denso, scemando a poco a poco come vino che cola gli archetti di glicerina lungo le pareti di un bicchiere di puro cristallo. Lentamente, con spazi precisi e preordinati. Tutte le campane che ricordo danno queste sensazioni. I colpi frequenti ed acuti da un basso campanile bianco della chiesetta di Chamula nel Chapas, il tintinnio delle campanelle dorate dei templi buddisti di Chang Mai, la campana rituale battuta col pestello di legno dei monaci tibetani al monastero di Sera, le grandi campane giapponesi fatte risuonare dal movimento di un tronco basculante, il concerto lontano dalle torri di Notre Dame ed anche l'Ave Maria che alle otto di tutte le mattine, il campanile del mio paesetto di montagna, proprio sopra la mia testa, spara in maniera assordante e ripetuta, eppure non fastidiosa. O ancora le piccole campane che fanno da sottofondo continuo al verde ricco di sentore di spezia di Bali, i tocchi pesanti nella semioscurità della cattedrale di Colonia, il desiderio di farsi sentire dei suoni che scendono dalle cupole a cipolla del grande monastero di Kiev sulla riva del Dnieper ghiacciato, lo scampanio di quelle appese al collo degli animali al pascolo in una valle alpina o quelli un po' più sordi e rapidi dei piccoli campanacci delle capre dei monti del centro di Creta. Diversamente da quasi tutti gli altri mezzi inventati dall'uomo per produrre suoni, questo dà sempre una sensazine di misterico, di trascendente, della ricerca umana di appoggiare la propria debolezza a qualcosa di più forte e tranquillo. Chi ha inventato la campana? Certo qualcuno che cercava la pace interiore. Avrete capito che stamattina non sapevo di cosa scrivere, ma mentre scorrevo le foto che ho in archivio alla ricerca di idee, la vista di questa campana lontana si è subito accoppiata magicamente al vuoto mentale, entrando automaticamente in risonanza. Secondo voi ci vogliono più campane in giro?

lunedì 14 settembre 2009

Fēi.


Volare è il sogno dell'uomo, in tutti i tempi ed in tutte le culture. Per alcune più che in altre è assieme sogno e poesia. Seguendo le indicazioni dell'amico Ferox, quindi volevo portare la vostra attenzione su uno degli ideogrammi più poetici della lingua cinese. Nell'antichità per trascrivere l'idea del volo si tracciava un complesso carattere che voleva raffigurare delle cicogne in volo col collo slanciato mentre attraversano il cielo al tramonto, in stile un po' Lufthansa tanto per capirci. Nel tempo l'ideogramma si è andato semplificando come si vede nella versione tradizionale a sinistra dove si lascia spazio alle ali distese, mentre nella versione moderna "semplificata" la grafia veloce ha letteralmente spennato le maestose ali della cicogna riducendole a due misere alucce e alla lunga gamba visibile del trampoliere in oggetto. Così unito a jī (macchina) abbiamo abbiamo (macchina che vola) quindi "aereo", perchè oggi bisogna produrre di più e più velocemente e lo spazio per la poesia deve essere necessariamente ridotto, ma ecco che il germe non si spegne e si fa strada comunque, perchè la bellezza anche se calpestata dall'economia non muore mai e se uniamo il nostro fēi al carattere di "bianco" abbiamo il significato di parola scritta, in quanto se i caratteri sono vergati con la giusta attenzione e lentezza della bella calligrafia, rimangono molti spazi bianchi , come se il pennello volasse.... Ma insiste Ferox che i cinesi non solo solo dei poeti sognatori, ma sanno credere anche alle cose reali e vogliono capire a fondo anche quelle cose che da noi si sottovalutano o vengono prese come scherzi estivi. Ecco allora che mi porta l'attenzione su : bu ming fei xing wu. Le prime due sillabe le abbiamo già viste e quindi ve le ricordo soltanto () "non chiaro" , mentre le due che stanno accanto a fēi (volare) significano oggetto. Dunque? Oggetto volante non identificato, UFO, detto anche fei die (碟) "piattino che vola". Ehehehehe, loro pare che ci credano, anzi li studiano con attenzione, ci sono addirittura delle riviste che ne parlano dettagliatamente, poi basta dare un'occhiata su iutiub e se ne trovano a iosa (es. qui , qui , qui ). Ferox dice che è per questo che ci stanno fregando, magari gli omini verdi erano gialli in effetti.

sabato 12 settembre 2009

Una lettura dei tarocchi.


C’era un posto straordinario a Pekino, lo Xue Shue Market, una minuscola traversa della Chang An, la grande arteria che attraversa da est ad ovest tutta la città passando davanti alla piazza Tien An Men, vicino alle ambasciate. Quando ci passavi davanti quasi non la vedevi, con lo stretto ingresso quasi otturato da tre o quattro grossi negozi. Al di la del varco, un vicolo lungo qualche centinaio di metri che si biforcava a metà, lungo il quale, uno vicino all’altro si affastellavano in una sequenza infinita una serie di bugigattoli larghi non più di due metri, con le entrate quasi otturate da cascate di merce taroccata di ogni genere e tipo. Una scia di folla continua, a due per due, ché la dimensione del vicolo non permetteva di più, sfilava davanti ai negozietti lentamente, osservando, valutando, scegliendo, contrattando con il tizio o la tizia che emergeva, quasi sepolto dalla sua stessa merce in vendita. Tutte le più importanti marche del mondo erano esposte con ordine e pignoleria, dall’abbigliamento, alle calzature, agli occhiali, alle borse, agli accessori, ai foulard, agli orologi. Qualunque cosa che nel mondo fosse valorizzata da un qualsiasi tipo di griffe, vi era rappresentata in ogni modello più noto e conosciuto. Era il regno della contrattazione accanita. Venivi prima invitato a verificare la qualità del prodotto, poi partiva la richiesta esosa (sempre ridicola in termini assoluti, tipo 68 euro per una giacca a vento North Face) che terminava invariabilmente per 8 o 80, che porta fortuna e cominciava il balletto dei ribassi, delle disperazioni del venditore che doveva sfamare la famiglia, le finte fughe del compratore che veniva invariabilmente richiamato con un ulteriore ultimo sconto; poi a poco a poco offerta e richiesta si avvicinavano fino ad incontrarsi, meglio se avevi una qualche dimestichezza con un po’ di cinese, i numeri almeno e le parole fondamentali come tai quei la (troppo caro) e te ne andavi col sacchetto nero pieno del tuo bel tarocco a dieci dollari. In realtà c’erano diverse fasce qualitative nel taroccamento, da quelli di alta fascia, in pratica gli originali che uscivano dalle fabbriche che facevano le stesse cose, incaricate dalle griffe autentiche che inviavano i materiali veri per risparmiare sul costo del lavoro e che quindi si autopunivano con le loro stesse mani, a copie via via più scadenti a volte addirittura commoventi, come quella maglietta che portava scritta davanti la dicitura LENTINO GARAVA. Mi confessò il venditore che la sua fabbrichetta copiava dalle foto delle riviste e in quel caso non avevano capito che il capo vero era siglato Valentino Garavani, ma nella foto i due estremi non si vedevano e loro non sapevano neanche chi fosse. Altri offrivano tutta la serie di orologi da tre a trenta euro per i Rolex meccanici, i più belli, disapprovatissimi dal mio amico Ping che sfoggiava invece un Rado da 2000 dollari; le cinture venivano via ad due euro, mentre all’ingresso del vicolo, un gruppo di donne vendeva le T-shirt Lacoste a un euro l’una cercando di bloccare i clienti prima che entrassero nel budello. Più avanti, in una casetta a due piani, dei veri e propri negozi che offrivano merce più sofisticata, alcuni venditori cercavano di dare un loro proprio design per vestiti offerti con il loro marchio cinese, roba piuttosto creativa secondo me, che di massima, gli occidentali obnubilati dal tarocco snobbavano senza pietà. Questo luogo è sempre stato una spina nel fianco per le griffes mondiali che hanno cercato di farlo chiudere in ogni modo, non comprendendo scioccamente che ti si copia solo se vali qualcosa, che la copia è un tuo messaggio pubblicitario gratuito, che chi compra il tarocco non compra l’originale, quindi le vantate perdite sono in realtà inesistenti, anzi chi compra oggi un Rolex a 30 dollari, quando se lo potrà permettere sarà il primo acquirente di quello da 3000. Se io avessi una griffe sarei molto preoccupato se nessuno me la taroccasse. Poi qualcosa è accaduto, il progresso avanza, la stradina è stata cancellata, al suo posto un palazzone di sei piani, il Silk Palace, enorme, in cui trovavano posto gli stessi negozietti a costi un po’ superiori a cui le griffes mondiali coalizzate finalmente hanno fatto causa, vincendola. Adesso, mi dicono che tutte le merci esposte, le stesse di prima, hanno etichette cinesi; per avere il tarocco, devi faticare parecchio, poi qualcuno lo tira fuori con aria complice da sotto il banco, naturalmente a prezzo raddoppiato e la magia se ne è andata a farsi friggere. Poco per volta anche il regno di mezzo verrà omologato.

venerdì 28 agosto 2009

An mó

L’arte del massaggio è antica come la Cina. Il primo carattere del bisillabo, che significa “massaggiare”, è “àn”, formato dal segno an per la pronuncia, accoppiato al segno di mano come suggerisce l’atto di cui si tratta. Questa attività non è una semplice tecnica di benessere fisico, ma fa parte della medicina tradizionale, in quanto non si tratta di banale manipolazione, ma di una complessa serie di digitopressioni nei punti sensibili dell’agopuntura, seguendo con precisione la teoria dei meridiani. Io sono un amatore dei massaggi e, come sapete, esperimento con curiosità le cose che incontro e qualche anno fa a Pekino ebbi una interessante esperienza al riguardo. La fiera era alquanto moscia e si chiacchierava con i colleghi degli stand vicini in attesa dei primi svogliati clienti. L’amico della ditta che ci stava a fronte arrivò con qualche minuto di ritardo con il ghigno sofferente di chi ha dormito poco bene. Dopo il caffè di rito volle metterci a parte di quanto gli era occorso la sera prima, quando lo avevamo visto filare alla chetichella senza venire a cena col gruppo. Amante anch’egli dei massaggi, aveva voluto profittare dei servizi del nostro hotel, che al secondo piano avevano un interessante insegna che recitava: Thai and Chinese Massage, con alcune gentilissime e sorridenti signorine alla reception. Alla richiesta aveva scelto il massaggio thai, speranzoso di una esperienza variata ed indimenticabilmente esotica. Accomodatosi sul lettino era stato preso in carico da una signorina alquanto muscolosa che, in linea con lo stile prescelto, aveva cominciato ad operare sulle sue stanche articolazioni, prese e torsioni piuttosto rudi. Incurante dei suoi, dapprima cauti, poi sempre più gridati, segnali di stop, proseguiva nelle sue prese a tenaglia interrompendosi solo al suono di preoccupanti scrocchiamenti e al raggiungimento di angolazioni decisamente innaturali. Non ci fu verso di farla smettere, furono quaranta minuti di dolore e lacrime e quando finalmente scoccò l’ora, non gli parve vero di poter porre termine alla tortura pagando il giusto. La notte portò linimento alle ferite e alla delusione, ma a quanto riportava, quella mattina gli sembrava di stare decisamente meglio. Fatto acuto dall’altrui esperienza, nel tardo pomeriggio, arrivai davanti al centro benessere dell’Hotel, dubbioso ma deciso a non rifiutare l’esperienza ed alla gentile richiesta di scelta, risposi senza esitazioni, Chinese massage, alla sorridente ed esilissima fanciulla che mi accompagnò nella stanzetta, dopo che avevo calzato i mutandoni di ordinanza. Steso sul lettino, attendevo la mia delicata ancella, quando si aprì la porta e con orrore, vidi entrare deciso un mongolo basso e tarchiato, in tutto simile al mitico Objob di Mission Goldfinger, uno dei film cult della mia gioventù. Aveva manone grandi come putrelle e i ditoni grassi e tozzi che quasi non si distendevano, leggermente torti, sembravano pinze d’acciaio al magnesio. Mi guardai attorno per vedere se c’erano vie di fuga. Nulla, solo e prigioniero del mostro che con un sorriso melenso sbatteva le manone, sfregandosele per scaldarle. Il testone pelato era imperlato di sottili goccioline mentre le fessure degli occhi si stringevano sempre di più. Gli artigli calarono di botto sulla mia schiena afferrandone i teneri fasci muscolari non usi ad un simile trattamento . Capii che era inutile tentare di opporsi al mostro, abbandonarsi era l’unica soluzione per abbreviare la tortura, quei bitorzoli puntuti premevano i miei punti sensibili senza pietà come cacciaviti dentro il legno massello, come punte di trapano nel muro della mia insensibilità occidentale, tentando nuove vie, cercando di creare non richiesti nuovi orifizi. Come dio volle tutto finì come era cominciato e il mongolo con un piccolo inchino scomparve dondolandosi dietro alla porta da cui era comparso, lasciando il posto all’ancella che mi aiutò a ritrovare la via del ritorno. Il giorno dopo camminavo leggero e disteso e firmammo anche un contratto. L’effetto placebo aveva colpito ancora.

domenica 2 agosto 2009

Ming.

Cade una pioggerella leggera che ha rinfrescato l’aria. Il monaco ha terminato una breve meditazione, poi lentamente si è seduto al tavolo ripiegando le gambe con un colpo secco alla lunga tunica grigia. Ha preso con la mano sinistra il bastoncino di china nera e con un piccolo strumento ne gratta con cura la polvere che cade nella cavità della bella pietra nera da inchiostro sulla cui sommità è scolpito un drago dalla coda ritorta. Esegue questa operazione con cura e con lentezza. Un pensiero all’allievo che si domandava perché lui, maestro calligrafo non lasci questo noioso compito a qualche studente per dedicarsi solo al tratto dei caratteri. Una lieve piega della bocca, un accenno di sorriso. Come può comprendere il Tao, se ancora pone queste domande, se non capisce che anche la ripetitività di una operazione semplice apparentemente ripetitiva è parte del tutto, del compiersi totalizzante del gesto, della riuscita finale, dell’essenza di significato che la pennellata dà a dei semplici segni tracciati sulla carta. Quando l’inchiostro è pronto, si ferma un attimo a contemplare il grande foglio di carta disteso davanti a lui, un vuoto di concetti da riempire di forma. Sposta con cura l’ampia manica della veste. Ha scelto un grande pennello, di pelo di martora morbido e flessibile; lo inumidisce quando basta, permettendo all’inchiostro di permearne gli interstizi, lo solleva appena perché non coli e dopo un attimo di attesa, quasi ad attendere che il concetto fluisca rapido dalla sua mente, attraverso il braccio fino al manico, la mano guida l’attrezzo con colpi netti, quasi fossero leggeri fendenti di pugnale, neri tagli decisi sul biancore abbacinante della preziosa carta fatta a mano. Due brevi tratti verticali e uno orizzontale a completare un piccolo rettangolo, con una chiosa centrale; un attimo di sosta poi un deciso taglio verticale ed un secondo al suo fianco finito di scatto con un colpo deciso del polso a formare un piccolo e grazioso uncino; infine due brevi tratti orizzontali a completare il carattere Ming, formato da due ideogrammi semplici accostati, a sinistra il sole, a destra la luna, stilizzazione della falce appesa nel cielo. Sole più luna, accoppiati, non c’è luce più forte, di qui il significato di Luce, Chiarezza, Illuminazione. Che curioso - pensò il monaco – questo concetto di luce accecante che squarcia le tenebre della notte fisica e psichica, dell’ignoranza, del dubbio, che illumina la mente e la apre definitivamente alla comprensione. Che curiosa la lingua cinese e questo ideogramma, che è anche il nome della penultima dinastia imperiale così amante dell’arte e della bellezza, oggi usato anche in tante parole moderne, che definiscono concetti nuovi e sconosciuti, ma all’interno dei quali vivono gli stessi antichi significati. Unito alla carattere di libro (Ming shū) si ottiene : “Il libro della luce” e lo si trova continuamente allegato a tutti quegli strumenti modernissimi che tanto affascinano le persone più curiose. Niente altro che il libretto di istruzione, quello che molti occidentali aprono solo dopo aver rotto lo strumento di cui cercano di capire il funzionamento maneggiandolo maldestramente senza prima volerlo conoscere, cercare di assorbirne l’essenza. Sorride ancora il monaco pensando a questo, mentre il grande foglio che porta impressa la sua opera finisce di asciugare.

lunedì 27 luglio 2009

Tai Ji

Cosa è Tai Ji? Quante risposte a una domanda a cui forse, come diceva un maestro, non è possibile rispondere. C’è un posto qui, sotto un vecchio larice, con una piccola radura piana coperta di erba bassa e senza pietre. L’aria sembra più fine quassù e l’essere circondati dal bosco da un senso di forza, di carica fisica e mentale al tempo stesso. Respiri profondamente, senti spirare dentro di te l’ossigeno, il sangue fluisce più rapidamente, la mente pur più vigile, si lascia andare ad uno stato di attenzione non analitica, non si appunta su alcun fatto specifico, rimane in uno stand-by attivo. Il respiro prende un suo ritmo calmo, prolungato. Poi, con lentezza inizia il movimento. Fin dall’apertura i piedi si muovono in modo ingannevolmente meccanico, la pianta stessa aderisce al suolo in maniera consapevole, considerando e ricercando un equilibrio globale. Il baricentro corporeo e mentale si abbassa istintivamente, per aderire alla terra, per facilitare il movimento, per rendere naturale ogni movimento. Le mani e le braccia si muovono con fluidità, alla ricerca di equilibrare una forza opposta e mutevole che fluttua nello spazio, scandendo posizioni, tecniche, movimenti. Lo sguardo segue un punto preciso in continuo divenire, che si sposta davanti, di fianco, dietro, a richiamare una reazione precisa in seguito ad una azione specifica. Le tecniche della forma si susseguono precise e cadenzate. Il pensiero non ha necessità di ricordarle, di prepararsi ad eseguirle in sequenza. Esse si susseguono naturalmente, perché il corpo ne conosce per imprinting il succedersi obbligato. La bella gru bianca allarga le ali e l’apparente instabilità del peso del corpo completamente sulla gamba sinistra mantiene il corpo stabile dopo la doppia parata; mani di nuvola per muoversi spostanto i colpi, mentre l’ossigeno penetra fino ai vasi più lontani; ago in fondo al mare e la posizione chinata e quasi rannicchiata del corpo aiuta la mano nel gesto di colpire; afferra la coda del passero ed i movimenti di afferrare, parare, spingere si dipanano lievi ed efficaci; accarezza la criniera del cavallo selvaggio ed ancora il corpo si sposta con naturalezza trattenendo per colpire. Un movimento scandito con lentezza che porta al termine la sequenza, che chiude la forma, che riporta il cerchio al suo equilibrio, alla posizione iniziale, alla tranquilla compiutezza. La mente rimane serena dopo. Ti puoi sedere su una roccia e guardare a valle. Sotto il grande larice, le cose assumono allora valenze differenti, come se i problemi fossero piccoli soprammobili da spolverare ogni tanto e se non ti piacciono più e ti infastidisce la loro vista, da riporre in un cassetto, definitivamente. La pianura con le sue paure, avvolta da una nebbiolina azzurra è lontana. Le ronde che la percorrono in camicie colorate, ancora di più.

sabato 18 luglio 2009

In montagna un giorno d’estate

Certo qui l’atmosfera è decisamente diversa, anche se per tutta la notte il vento teso dell’Assietta ha spazzato con forza la valle portando con sé nubi e umidità. Non è certo il feroce vento gelido dell’inverno che faceva dire al Cardinal Pacca “Se vuoi conoscer l’inferno vieni alle Fenestrelle d’inverno”, pure le folate che sibilano sotto il tetto fanno temere ogni genere di disastri, poi, la mattina, trovi al più qualche vaso rovesciato ed il cielo terso con qualche bianca nuvola alta che ti riconcilia con il mondo. Così i rudi camminatori prendono la strada delle vette, mentre i pigri, che vogliono approcciare la natura con più calma, si stendono sui prati con gli amici ritrovati, con cui è bello dialogare su come è passato l’inverno. Deve essere un po’ la stessa serena malinconia di Li Po in questa lirica forse meditata tra i monti dopo un caldissimo luglio a Chang An.

Agito lievemente un bianco ventaglio di piuma,
Seduto colla camicia aperta in un verde bosco.
Mi tolgo il berretto e l’appendo ad una pietra che sporge;
Il vento dei pini piove aghi sulla mia testa nuda.

lunedì 13 luglio 2009

Wáng - Yù - Guó


Oggi ho avuto la prova provata che non è poi vero, come credevo, che i blog sono una sorta di esibizionismo d'accatto che nessuno legge. Infatti, di qualunque argomento si tratti, anche se riguarda cose apparentemente prive di interesse come i miei pretenziosi intenti elucubratori, forse campati per aria, sui caratteri cinesi, ebbene, qualcuno commenta con interesse, aggiunge informazioni, arricchisce il contenuto. Sono sempre più stupito dalla potenza della rete. E non ridete di me. Comunque i commenti al mio precedente post teo-filosofico, mi spingono a riprendere la materia per sottolineare l' ampiezza delle possibilità di discussione aggiungendo quindi l'esame di altri tre caratteri molto comuni nella lingua cinese. Dice Popinga che il primo ideogramma Wáng che significa Re, Imperatore (tra l'altro è anche uno dei cinque cognomi più diffusi in Cina) secondo René Guènon nella Grande Triade, potrebbe essere il quinto ideogramma della serie identificando nelle tre linee orizzontali Cielo, Uomo (la più piccola centrale appunto) e Terra, unite da una linea verticale. Ora se questa è una della interpretazioni possibili, però non la fa diventare la quinta stazione della serie, in quanto là, l'uomo è definito dal pittogramma dell'omino che cammina e non dal tratto orizzontale. Ci sono altre due spiegazioni accreditate di Wáng. La prima si fonda sul fatto che la cifra uno (in alto) oltre all'unità, si usa anche per segnalare la linea dell'orizzonte o il cielo, mentre la cifra due (le due linee in basso) in contrapposizione, vengono usate per indicare la terra, quindi ancora "il trait d'union tra la terra e il cielo". L' ultima spiegazione, che forse è la più banale, ma come spesso capita la più probabile, vista l'origine dei segni semplici, è che sia un chiaro pittogramma che raffigura l'imperatore nella sua figura immaginifica, spalle larghe, cintura e grande veste di gala che si allarga fino ai piedi. Questa si trova già nei primi segni di oltre 4000 anni fa, poi forse i saggi hanno voluto aggiungere fuffa per giustificare l'origine divina del potere (cosa comune anche ai giorni nostri e non solo in Cina). Interessante il passaggio al secondo carattere Yù (giada), la pietra imperiale, la più pura e preziosa, degna di essere portata solo dal re. Ed ecco che il carattere si forma aggiungendo a quella del re una piccola pietrolina cucita tra le sue ricchissime vesti. Anche qui la più prosaica interpretazione dei commentatori più smagati è che si tratta di un pittogramma che rappresenta tre anelli orizzontali di giada (visti di profilo) uniti da un filo per tenerli insieme in un ciondolo, come era comune per le concubine dell'imperatore e che il puntino, orrida banalità, sia stato aggiunto solo perchè i copisti lo potessero distinguere da carattere di Re. Banale? Sì, ma forse realistico. Infine ecco il terzo carattere della serie, Guó (nazione, regno) che si ottiene circoscrivendo Yù con i confini. Anche qui più spiegazioni. Potrebbe essere "tutto un territorio compreso in confini, dove l'uno -uomo è unito a due-altri uomini per formare un popolo, governato dal puntino che li tiene insieme e li dirige (a destra il puntino, curioso eh?)". Ma anche un confine che racchiude ciò che più è prezioso per chi vi abita, la propria patria, come la giada è la più preziosa tra le pietre. Come vedete queste spiegazioni non sono poi così alternative tra di loro, ma sono state via via aggiunte in modo sincretico dai saggi, per contribuire ad illustrare la ricchezza interiore di un popolo, leggibile nella sua scrittura. Un pensiero che difficilmente nega qualcosa (come spesso in oriente) ma tende ad aggiungere più che ad escludere, ad assimilare (magari copiando) per cercare di trarre il meglio. Ecco il perchè della correttezza della osservazione che mi fa Milleorienti al post precedente che sottolinea come il Taoismo dia una interpretazione dell'universo decisamente opposta, escludendo la visione antropocentrica. Anch'io sottoscrivo quanto dice e cioè che "“la Via veramente Via non è una Via costante”. In sostanza bisogna essere disponibili a cambiare idea o almeno a modificarla.

sabato 11 luglio 2009

Yī - rén - dà - tiān


Oggi, che i concetti della vita e della morte bruciano decisamente di meno e lasciano la mente libera di vagare su temi più sereni sebbene immanenti, vorrei illustrare un tema filosofico abbastanza interessante che, stando alle interpretazioni del già citato Don Ming, vecchio prete, maestro di comprensione della concettualità linguistica cinese dell'amico Gianni, descrive bene il rapporto tra l'uomo e la divintà, secondo i saggi del regno di Mezzo. Dunque esaminiamo i quattro ideogrammi proposti, che tramite i più semplici costruiscono per aggiunta i più complessi. Il primo Yī , significa uno, l'unità, ed è di facile comprensione; il secondo Rén uomo, persona, individuo ed è la comprensibile stilizzazione di un omino che cammina verso destra; il terzo Dà , in pratica lo stesso omino visto di fronte che allarga le braccia allungandole per quanto gli è possibile per illustrare il concetto di grande, grosso; infine il quarto Tiān, significa cielo, celeste, divino, insomma il concetto di divinità (come ho già detto nella lingua cinese i confini tra sostantivi, aggettivo, verbo, preposizione sono molto labili, quello che conta è il concetto rappresentato dell'ideogramma). Bene, sebbene noi occidentali abbiamo la falsa credenza di un popolo cinese legato al collettivo, al popolo nel suo insieme, all'annullarsi delle pulsioni del singolo, ingenerata forse da una cattiva digestione di concetti maoisti, mai penetrati realmente nella mentalità cinese, in realtà gli abitanti del celeste impero sono estermamente permeati dal concetto di unicità e dell'importanza del singolo. Ecco quindi che la semplicità del segno, Yī, è la forza dell'unità, della singolarità dell' uno che è la base di partenza per arrivare al tutto. Se associamo questa unicità, sovrascrivendola, incrociandola al segno di uomo si ottiene il segno di grandezza, essendo l'uomo l'unico essere della creazione veramente grande. E sopra di questa grandezza cosa può stare? aggiungendo un'altra unicità, solo il cielo, la divinità, concetti equivalenti. Questo senso di unicità e supremazia dell'uomo sul resto del creato, che lo pone in posizione nettamente primaria rispetto a tutto il resto, potrebbe servire a descrivere, certi atteggiamenti o modi di avvicinarsi alle religioni in senso lato o al rapporto con la natura, verso i quali, secondo il comune sentire che abbiamo verso questo popolo, sembra di avvertire sempre un certo senso di predominanza. Ma sono elucubrazioni del sabato, di cui mi piacerebbe avere confutazioni, anche perchè, chi lo dice che il buon Don Ming non sparasse teorie pour épater le bourgeois? Per ora vi saluto, in quanto tutto questo filosofeggiare mi ha fa bruciare la testa in modo irresistibile; non mi posso più trattenere, vado.

domenica 5 luglio 2009

Essere o non essere.



Oggi, sempre nel disperato tentativo di indagare una lingua per tentare di capire l’anima di un popolo, voglio, con l’aiuto dell’amico Gianni e del suo vecchio maestro Don Ming, mettere a paragone due ideogrammi molto comuni nella lingua parlata e scritta. Il primo, la cui pronuncia è Mù, significa legno, albero e viene interpretato come la stilizzazione della linea orizzontale che rappresenta la superficie terreste, al disopra della quale si erge il fusto e al disotto della quale campeggia un robusto apparato radicale, in quanto senza radici robuste non c’è possibilità di esistenza piena. Il legno è anche uno dei cinque elementi fondamentali che costituiscono l’universo della scientificità prearistotelica cinese. Mù è la vita che cresce, che riempie la terra del sé, che rende cosciente la materia. Nel secondo ideogramma, Bù, invece, la presenza delle radici sotto la linea della terra, non dà luogo a nulla, non crea vita, rimane sterile e senza frutti, rimane di per sé il simbolo della non esistenza, del non essere e come tale viene usato come negazione del verbo essere. La mancanza di vita, di crescita, di presenza, nega l’esistenza, infatti per il verbo avere si usa un altro tipo di negazione. La morte, come non vita, il nulla assoluto, la negazione. Forse questa gente ha pensato molto in passato, non credo che si limiterà in futuro a produrre solo batterie difettose che scoppiano appena messe nei telefonini; non sottovalutiamo nessuno.

martedì 30 giugno 2009

腹切り

Oggi niente Cina, ma Ri Ban Guo, (il Cipango di Marco Polo) l'amico -nemico Giappone, per cercare di capire anche qui l'anima di una cultura.

Harakiri, un gesto volontario, poco compreso nel nostro mondo; consequenziale ad un modo di vivere e di considerare gli obblighi del proprio stato, nel mondo orientale. Rispondere ad un obbligo nell'unico modo possibile, lasciarsi andare ad un destino cui non si può sfuggire. Una posizione fissa, il sei-za , che impedisce movimenti scomposti durante l'atto, un compagno fidato che agisce sulla sensazione di dolore calando il fendente fatale per anestetizzare completamente i sensi, mentre il corpo cade graziosamente in avanti e la lama, l'acciaio puro, tagliente come un bisturi, il tantō o meglio il wakizashi, il "guardiano dell'onore" che con colpo sicuro e deciso perchè usato da abili mani abituate al maneggio della spada, penetra nelle carni, taglia, apre, reseca, accompagna nella nuova vita. Tutto deve avvenire in un ambiente adeguato, direi sterile, accompagnato dal bianco accecante o da una tenue sfumatura di verde delle vesti, che accompagnino la severa nudità del corpo pronto all'operazione. Operazione delicata che va eseguita nel luogo preposto e con precisione millimetrica per non compromettere il fine ultimo del sacrificio. Solo se tutto viene eseguito con cura ed ognuno, dall'attore principale a coloro che lo circondano, svolge il suo compito con la dedizione che merità, si otterrà il risultato voluto. l'obbligo verrà rispettato, l'onore salvo, la funzione continuerà. Solo carne inutile sarà stata chirurgicamente sacrificata.Ecco, sono certo che per molti è difficile capire, dunque per qualche giorno mi ritirerò a meditare su questo concetto in un luogo e con le persone che ho scelto con cura. Soltanto dopo che avrò assimilato e concluso questo percorso, potrò tornare tra di voi, più sereno, più libero di mondare la mente e soprattutto il corpo di tutte le scorie che il nostro modo di vivere ci procura. Non tornerò solo se l'imponderabile, come in tutte le cose umane, mi impedirà di raggiungere la voluta comunione di corpo e di spirito. Ma non turbatevi, in questi pochi giorni, non vi lascerò soli, il consueto ghost writer è stato incaricato di postare alcune cose che ho preparato per l'occasione, tutte legate da un fil rouge all'argomento di oggi.
さよなら

giovedì 25 giugno 2009

Jiā


L'ideogramma di oggi "Jiā " , è come al solito molto elegante nei tratti, ma non solo per questo è stato scelto assieme a Mu (legno) per far bella mostra di sé in un tatuaggio molto appariscente che compare su un braccio della showgirl Casalegno. Infatti il suo significato è proprio "casa, famiglia" e viene utilizzato in moltissime parole composte. A costo di ripetermi, voglio sottolineare che anche questo carattere testimonia l'origine prettamente contadina della lingua cinese. Attraverso quali concetti di base viene quindi dipinto il senso cinese di casa, di nucleo familiare costituito? Si vede che sotto il carattere semplice di tetto, che ormai ben conosciamo (la stilizzazione di una tipica tegola cinese), viene posto il radicale ū . La stilizzazione è riconoscibilissima. Visto di fianco, quasi fosse appoggiato ad un basso recinto si vede, in alto, il muso dal profilo leggermente concavo, le quattro zampe di cui l'ultima decisamente arrotondata e grassoccia e dietro l'impertinente codino un po' torto che si erge orgoglioso. Il maiale quindi, l'animale principale da allevare, di cui anche qui non si buttavia niente (tutto il mondo è paese), il simbolo zodiacale che significa fortuna, ricchezza, allegria, la bestia la cui presenza stabilisce che quella è una casa, una famiglia costituita, che è attrezzata per sopravvivere; per formare una famiglia un uomo deve avere almeno un maiale, il primo capitale produttivo. A maggior riprova, se è preceduto dal già conosciuto An (donna sotto un tetto = pace, serenità) assume il significato di formare una famiglia (serenità in casa). Quindi nell'immaginario cinese, il simpatico zhū è animale piacevole e portafortuna, niente a che vedere con il porco, l'animale schifoso e sudicio, associabile ad ogni tipo di perversione sessuale; nessun cinese si sognerebbe di avvicinarne l'immagine a quella di un importante politico per criticarne la voracità di grazie femminili o l'insaziabile e smaccata incontinenza sessuale, sarebbe come fargli un complimento e poi nella società cinese estremamente prude, un corportamento smaccato di questo tipo consiglierebbe l'immediato abbandono di responsabilità politiche. Una società troppo severa? Mah? Quello che so, è che il maiale è uno dei piatti preferiti dai cinesi e tanto per ricordare che anche laggiù ci sono delle eccellenze alimentari legate alla tipicità ed alla tradizione, ricordo che c'era un bel ristorante a Pekino che serviva un unico piatto. Si chiamava Ba Zhu Lie, che significa Papparsi il muso del maiale e la sua specialittà era appunto servire una mezza testa di maiale che per tre o quattro giorni, veniva sottoposta a 17 diversi procedimenti, marinature in erbe, brasature, ammorbidimenti, differenti e successive cotture e vi assicuro che era una assoluta squisitezza (vero Graziano?). Il proprietario, che si riteneva depositario del segreto della ricetta originale, contava di aprire una catena di ristoranti in tutta la Cina, ma dopo un anno o due circa, una folla di facinorosi ufficialmente aizzati dai sindacati lo bruciò, si dice perchè non aveva pagato il pizzo. Si vede che quello è uno di quei posti dove se c'è qualcosa che non va si da la colpa ai sindacati (ci sono in Cina, eh!). Così addio testa di maialino, ma non voglio insistere più di tanto se no vengo criticato, perchè parlo solo di cibo.

domenica 14 giugno 2009

Calura estiva.

Adesso che è scoppiata l'estate non se ne può già più del caldo. Solo si aspetta la sera quando una brezza più leggera interviene e l'oscurità si fa amica e magari si va a prendere un gelato da Cercenà (probably the best in the world). Chissà se anche Wang Chang Ling agli inizi del 700 aveva tutto 'sto caldo nelle notti estive davanti al lago (e se aveva una gelateria vicino).

Godendo del chiaro di luna con mio cugino, nella camera del Sud, mentre ricordiamo Tsuei, prefetto di Shan Yin.

Nella camera del Sud me ne sto senza angosce,
mentre la luna nascente, a tende aperte, già si mostra.
Su erbe ed acque i suoi riflessi, tra il chiaro dei bagliori,
grandi onde a scavalcare la finestra.
Quante volte crescerà la luna, per svanire puntuale?
Intanto ogni momento svanirà nel suo passato.
Sulle rive di acque chiare, una bella
questa notte canta di tormenti e sofferenze.
Perchè mai tanta distanza, smisurata tra di noi?
Una brezza lieve mi riporta una fragranza di orchidee.

Meglio andare in montagna oggi, farà caldo.

giovedì 11 giugno 2009

Anatra laccata


Se non era troppo freddo, o troppo caldo, o troppo ventoso, o se non pioveva (sono un po' troppo metereopata?) ero solito, quando ero da quelle parti, fare due passi a Tien An Men. Quella grande piazza ha un fascino irresistibile, come la piazza Rossa a Mosca. Cammini, cammini ed i fatti della storia passano sotto i tuoi piedi senza lasciare traccia, più forti nella memoria degli occidentali occasionali, che ritengono di capire tutto e misurano con il loro metro i fatti della storia altrui. Poi traggono le loro conclusioni e si irritano perchè non trovano corrispondenza con il sentire della gente che cammina al loro fianco. Allora cercano subito spiegazioni dietrologiche; forse non sanno, non sono informati, forse fingono per paura. Il fatto che non gliene freghi niente, non è contemplato. E la piazza sta lì, con le migliaia di cinesi che si fanno le foto davanti al mausoleo, i ciclorishiò che cercano di accalappiare qualche turista, la Chang An dove il muro di auto ha sostituito ormai completamente il muro di biciclette scampanellanti. Forse è meglio lasciarla lì la grande piazza ed inoltrarsi nelle stradine sul fronte opposto alla Città Proibita, nel quartiere del commercio, quello che ai tempi di Marco Polo ospitava gli stranieri. C'è un famoso ristorante, più che centenario, dove servono la tradizionale anatra laccata. Una cerimonia vera e propria. Arriva il chirurgo bardato ad accompagnare l'(ex) pennuto già steso sul tavolo operatorio. Con un bisturi affilato, comincia ad affettare sottili striscioline di pelle con poca carne attaccata e le depone su un piatto di portata. C'è uno schema fisso naturalmente ed ogni anatra deve dare invariabilmente un numero fisso di striscie (108 se ricordo bene; inoltre il numero 8 finale è augurio di buona fortuna). Sul tavolo mani sapienti hanno già deposto un piatto con sottili e piccole piadine morbide. Se ne prende una sul palmo della mano e, con le bacchette, vi si depone dentro qualche pezzetto di cipollino, una strisciolina di anatra e abbondante salsa marrone proveniente dalla laccatura. Si forma quindi un involtino, ripiegando con cura i lati della cialdina e poi te lo pappi, bevendo abbondante thè verde bollente che un inserviente ti tira nella tazzina da un metro di distanza, lanciando un sottile getto da un lungo cannello di un antico contenitore. I primi pacchettini te li confeziona amorevolmente qualche fanciulla in abiti tradizionali, poi ti devi aggiustare da solo. Ci deve essere un giusto equilibrio, tra la pelle croccante e quasi dolce, il morbido grasso sottopelle, la poca carne più sapida, il pizzicore del cipollino e il maestoso tono suadente della salsa. Niente spigolosità, armonia nei gusti, nelle sensazioni, nelle consistenze. Corretta proporzione tra yin e yang. Gridare troppo forte in piazza, non va bene; cambiare troppo in fretta le cose provoca disequilibrio e il grande corpaccione dell'impero di mezzo teme soprattutto questo, gli scossoni improvvisi, i cambiamenti troppo repentini che provocano malattie gravi secondo l'antica medicina cinese. Anche la stragrande maggioranza dei cinesi crede molto alla medicina tradizionale e non si vuole ammalare facendo cure di cui non sente il bisogno. Per questo ama molto mangiare l'anatra laccata, anche se in fondo si mangia solo la pelle. Però, come sapete i cinesi sono molto pragmatici, così, quando esci, oltre al certificato che attesta che tu hai mangiato la tremilionesima e rotti anatra da quando è aperto il ristorante, ti danno anche un pacchetto con dentro il resto dell'anatra, così la carne te la mangi a casa il giorno dopo e anche lo yin e yang del tuo portafoglio rimane più equilibrato.

venerdì 5 giugno 2009

Jiǔ


L'ideogramma "jiǔ" è molto utilizzato nell'impero di mezzo, come del resto lo sarebbe in tutte le altre culture millenarie. La parte destra si identifica facilmente con un' anfora vinaria classica, dalla forma panciuta, il collo stretto con anse ed il fondo che va rastremandosi. Pensate che i cinesi scoprirono per primi l'utilizzo dela funzione del baricentro applicato alle anfore. Venivano infatti prodotte in modo che, immerse nell'acqua de fiume, si raddrizzassero spontaneamente una volta piene. (sottolineo di nuovo, che appena questa gente smetterà di copiare, saranno dolori per tutti). La parte sinistra è la ben nota stilizzazione ridotta dell'acqua, mirabilmente raffigurata da tre gocce che cadono, guardate, quella più in basso, che ha già raggiunto la superficie di impatto addirittura rimbalza in un delizioso schizzetto. Bene, quindi, il liquido contenuto nell'anfora vinaria , cioè "alcool, liquido alcoolico". Basta infatti aggiungere davanti i caratteri "pú táo " (uva) e abbiamo vino, "pí " e abbiamo la birra, "mǐ" (riso) e abbiamo il vino di riso e pensate un po', anteponendo "kòng xīn" abbiamo "alcool dal cuore vuoto, senza sentimento" che significa aperitivo, un giudizio un po' tranchant che mette questa pratica così diffusa in occidente, tra le cose futili. Detto questo, rimane il fatto che l'alcool, sotto le sue più diverse forme ha lavorato a fondo in tutte le culture, riuscendo ad essere resposabile di molta espressione artistica. Quanti poeti, da Bodelaire a Ommar Khayyam sono debitori all'alcool per la loro produzione. Il mio favorito Li Po, che ormai ben conoscete, non era certo da meno e in questa occasione doveva essere piuttosto "rotondo" ed oggi, stimolato ed invidioso dell'eleganza proposta qui da Popinga che vi invito a leggere con piacere, voglio tentare una indegna traduzione di una sua famosa lirica (nello stile dei 20 caratteri in 4 versi) e vi assicuro che di mattina non sono solito toccare alcool.
杂曲歌辞


金花折风帽,
白马小迟回。
翩翩舞广袖,
似鸟海东来。
Andarsene cantando una canzone sguaiata.


Un colpo di vento e il costoso cappello è perduto,
mentre il candido cavallo ritorna pian piano.
Ballo elegante, muovendo le ampie maniche,
come l’ uccello marino che viene dall’est.

mercoledì 13 maggio 2009

Yuán


Se non ricordo male, l'ideogramma Yuán, è l'unità di misura del denaro, l'altro nome del RenMinBin per intenderci, e siccome mi pare che significhi anche anello, cerchio, oso spiegare, ma è una mia interpretazione, che vorrei confermata da qualche fine conoscitore della lingua come Ferox, che questo bisenso sia dovuto al fatto che esistevamo un tempo monete circolari con un buco un mezzo per tenerle infilate ad una cordicella, appunto fatte ad anello. Inoltre azzarderei che la grafia del carattere richiami un'altra forma tipica delle monete antiche, in cui venivano coniati i pezzi d'argento. Ma non voglio spingere troppo in là le mie elucubrazioni di semantica sinologica, quanto sottolineare la radicale importanza del denaro e della ricchezza per il cinese tipo. Questa prevalenza, condiziona comportamenti ed etica in generale e cambia anche, come logico, data la distanza tra le culture, anche i comportamenti commerciali. Ricevo infatti da Stefano, che è un esperto del ramo, il seguente decalogo per il mercante che va in Cina.
Ten Golden Rules of China
1.Everything is possible in China.
2.Nothing is easy.
3.Patience is key to success.
4.The answer ‘yes’ is not necessarily an indication of agreement or confirmation.
5.‘You don’t understand China’ means disagreement.
6.‘Provisional regulations’ mean the rules can change at any time – even retroactively.
7.‘Basically no problem’ means a BIG problem.
8.Signing a contract means the beginning of the real negotiation.
9.When you are optimistic, think about rule No. 2.
10.When you are pessimistic, think about rule No. 1.
Mi riconosco perfettamente in questa disamina, che vale per tutti i contratti. In particolare ricordo bene quello che fu uno degli affari più grossi che chiudemmo alla fine degli anni 90 dopo aver pazientato per mesi attorno alle specifiche tecniche come contro un muro di gomma. Ogni volta tutto era OK, e al successivo incontro si ricominciava daccapo. Alle nostre rimostranze, ci veniva sempre ricordato che non conoscevamo abbastanza la Cina ed il suo modo di pensare. Si passavano pomeriggi a discutere di nulla bevendo litri di thè, facendo domande a cui nessuno dava risposte, poi di colpo, si cambiava discorso e si riprendeva un punto che pareva ormai acclarato ed accettato. Ogni volta che tutti i problemi sembravano risolti, spuntava un nuovo ed insormontabile scoglio, messo lì quasi con distrazione.Quando tutto sembrava definitivamente arenarsi in infinite sabbie mobili, veniamo convocati in albergo a Milano per l'ennesima disputa tecnica. Cediamo ancora per sfinimento su alcuni punti secondari, poi, improvvisamente il negoziatore dice che dobbiamo andare su in camera. Lo seguiamo, ormai preparati ad una ulteriore richiesta ed invece troviamo, seduto sul bordo del letto disfatto il Presidente in persona, ciabattato e scatarrante (pare fosse uno dei tipi più ricchi della Cina) a cui la factotum personale in tubino bianco con prorompenti spacchi laterali e viso indecifrabile, fa firmare velocemente le pagine del contratto e ci rimanda a casa attoniti. Naturalmente da quel momento in poi cominciò l'applicazione della Rule No.8.

sabato 18 aprile 2009

Shí


Premettiamo che oggi ho preso una formina di Montdor, ho fatto sulla parte superiore un piccolo scavo con un cucchiaino e dopo avervi versato mezzo bicchierino di Sauternes che mi ero tenuto appositamente da parte, e dopo averlo avvolto in carta argentata, l'ho infilato a 180° C nel forno per 20 minuti. Toltolo, l'ho spartito a cucchiaiate con la mia famigliuola, che sembra abbia gradito, innaffiandolo col rimanente della bottiglia. Ciò detto passiamo ad esaminare l'ideogramma Shí , ben importante in Cina, in quanto laggiù si ama molto stare intorno alla tavola, sia coi famigliari e amici che per fare affari. I neonati vengono presentati con un gran pranzo (non bolliti, come pensano alcuni), e affari e dispute si appianano e si concludono al ristorante, come ho spesso avuto modo di constatare. Anche il matrimonio tradizionale si celebra con un sorso di thè dalla stessa ciotola durante un gran pranzo per legittimare l'inizio della vita in comune di due persone. Il carattere dunque è composto, partendo dall'alto da quello di "insieme", più sotto "pentola" e ancora sotto "mestolo. Quindi "radunarsi in casa di chi sta cuocendo il riso, partecipando alla mensa", quindi "mangiare", un'azione sociale comune, non solitaria. Il termine è usatissimo in espressioni come : Yué shí - mangiare la luna per dire "Eclisse" durante la quale la luna viene divorata dalla cattiva stella LuòHou Xing; oppure Shí yan - mangiare la parola per dire tradire la parola data. Quindi, messo (temporaneamente) da parte Montd'or e Sauternes, in onore di Niki e della sua ricetta mi preparo il riso basmati e la cannella per la prossima settimana e stasera pollo alle mandorle con le bacchette (scusa Doc) e poi manifestazione di Kung Fu al palazzetto.
Per addolcirvi la bocca, beccatevi questa lirica primaverile di Meng Hao Jan del solito periodo Tang.

Breve visita ad un vecchio amico.

Per me miglio e pollame, da un caro vecchio amico;
sono invitato alla sua casa.
Piante verdi e rami tutto intorno al villaggio,
tra montagne azzurre, chine sulle case.
Sulla veranda davanti all'orto,
tra i boccali pieni, parliamo dei raccolti dei gelsi.

venerdì 3 aprile 2009

Il tao e la pressa ad iniezione


L'altro giorno, per trovare i vecchi amici che mi allietavano le ore lavorative un secolo fa, sono andato alla fiera delle macchine per la lavorazione della plastica. Un rutilante mondo fatto di presse, stampi, soffiatrici, estrusori e compagnia cantando, che voi umani non potete neanche immaginare. Giovani studenti e compratori da tutto il mondo si aggiravano tra gli stand ammirando con occhi incantati, gigantesche macchine che sfornavano pezzi come fossero cioccolatini. Forse non lo sapete, ma l'Italia se la lotta con la Germania per il primo posto al mondo nella tecnologia di questi balocchi e qua e là si sentivano parlare tutte le lingue, arabo, cinese, russo e chi più ne ha più ne metta. D'altra parte chi può non rimanere incantato davanti ad una pressa ad iniezione? La macchina che è, essa stessa, l'essenza zen della creazione, il tao fatto meccanica. Per chi non ne conoscesse il funzionamento, voglio qui riassumerlo in pochi tratti, per farvene meraviglia e stupore. Tutto ha inizio dall' alimentatore che con un leggero fruscio fornisce il granulo di polietilene alla vite, la cui coclea, con un lento ma costante girare lo fa avanzare dentro sè stessa, mentre le resistenze lo scaldano dolcemente, fino a che il granulo si fonde e si confonde con i suoi vicini in una comunione spirituale in cui i molti diventano uno solo, con un solo intento: avanzare come uno spermatozoo verso l'ovulo per creare nuova vita. Quando finalmente il punto critico è raggiunto, una perfetta e sempre uguale quantità di magma bollente esce dall'ugello per essere iniettata nello stampo, che la pressa, deus in machina, tiene ermeticamente chiuso con una pressione di 400 tonnellate. E chi la apre! La plastica liquida scorre in mille rivoli lungo i canali dello stampo che, mantenuti caldi dalle resistenze, si suddividono in passaggi sempre più piccoli, ma sempre in totale armonia con tutti i parametri della creazione. Forza, calore, movimento, volume. E finalmente il liquido viene iniettato nelle 64 femmine, disposte armoniosamente ad accoglierlo, che penetrate da altrettanti maschi generano la forma magica del tappo di una bottiglia di acqua minerale. Quanto studio, quanta tecnologia attorno ad una capsuletta che tutti voi, con noncuranza, svitate e gettate nella spazzatura (senza riciclarla come sarebbe facile fare, ma questa è un'altra storia di cui magari un giorno parleremo)! Ecco, le cavità sono piene e attraverso altri canaletti, senza confusione ma con precisione costante, un flusso di acqua gelata avvolge l'esterno e l'interno delle cavità, passa, raffredda, scambia, porta via il calore e la plastica, questo materiale magico, a poco a poco si rapprende, si condensa, si solidifica ed i tappi consolidano la loro forma definitiva. Quando è avvenuta la magia, la pressa lo sente e i suoi muscoli oleodinamici fanno cessare come per incanto la mostruosa pressione, la ginocchiera si muove, lo stampo si apre, gli espulsori effettuano un piccolo ma calcolato movimento, un leggero soffio vitale di aria ed avviene il miracolo. Come una piccola cascata di montagna in una notte lunare del Tien Shan, come una pioggia leggera all'inizio di primavera sul monte Fuji, 64 tappi, cadono all'unisono verso il basso, ontologicamente perfetti nel loro essere tappo, predestinati nel loro destino di tappare, psigologicamente pronti ad eseguire la loro missione tappologica. Come il ticchettio dell'orologio appena carico, pigolano come pulcini appena schiusi, percuotendo il nastro trasportatore che li porta verso lo scatolone, verso lo svolgersi del loro ciclo di esistenza appena sbocciato. L'olio si comprime, la ginocchiera si muove, lo stampo si richiude ed il ciclo ricomincia, tutto questo in 4,2 secondi, 14, 28 volte al minuto, 857,1 volte all'ora, 20.571,4 volte al giorno, 7.405.714 volte all'anno, all'infinito. Un movimento sempre identico a sè stesso, perfetto nella sua essenza, preciso nelle sue finalità. Non c'è niente di più zen della pressa ad iniezione, nulla che concentri di più in sè i princìpi del Tao. Shui, l'acqua che percorre i suoi canali per raffreddare e controllare Huǒ, il fuoco che dentro le sue viscere costituite da Jīn, il metallo, l' acciaio temprato forma e produce tutto quello che si identifica e sostituisce Mù, il moderno legno rinnovabile all'infinito per poi lasciarlo al suo uso, a Tǔ, la terra. Non pensa la pressa, non è turbata dai problemi dell'esistenza, dalle passioni che travolgono la mente compresa com'è nella perfetta sfera di equilibrio dello Yin delle 64 femmine e nello Yang dei 64 maschi. Ha forse raggiunto l'illuminazione?

giovedì 26 marzo 2009

Lontananza

Mentre vago per terre lontane, ho lasciato al mio ghost writer il compito di postare questa lirica di Li Po, che spero apprezzerete.

Gemere nella notte scura.

Il corvo nero che sta sulle mura di Huang Yun,
gracchiando torna rapido al suo ramo.
La donna nella piana di Chin tesse sul telaio un broccato,
il filo turchese è come fumo che lascia un segno alla finestra.
Stanca posa la spola e pensa all’amore lontano,
da sola passerà la notte nella camera solitaria,
mentre le lacrime scendono come pioggia.

domenica 15 marzo 2009

Partenza

Non ho mai capito come mai il momento che precede la partenza è per me di difficile gestione. Malesseri ipocondriaci, metereopatie varie, chissà; è sempre stato così; un timore dell’ignoto che litiga con la sindrome di Ulisse, una contraddizione nascosta tra le mie inquietudini. Quindi oggi ci sta a pennello una lirica di Zen Shen , poeta di frontiera che nel 750 scriveva così:

Canto della neve bianca.

Il vento del nord avvolge la terra e falcia l’erba bianca
mentre qui, dal cielo tartaro scendono fiocchi di neve.
Questa notte, sento d’improvviso la brezza di primavera;
tra i tanti e tanti rami di mille peri in fiore.
Entra la neve dalle tendine di perla, bagna schermi di seta;
le pellicce di volpe e le trapunte di broccato non danno più calore.
Il deserto non si cura delle distese di ghiaccio,
ma le nubi pesanti tremano per tutto quel gelo!
Qui, sullo spalto, cade qua e là neve di primavera;
il vento sferza una bandiera rossa, immobile, gelata.
Ci siamo detti addio, lì, sulla porta est della Torre della Ruota,
mentre la neve copriva la pista del Cielo.
Dietro la curva, intorno al monte , non ti ho visto più;
sulla neve, solo le tracce dei cavalli.

mercoledì 11 marzo 2009

Chén

L' ideogramma "chén" è molto utilizzato nella creazione di caratteri più complessi. Significa Ministro ed in esso è ben raffigurata l'idea del ministro davati al sovrano, testa china , ginocchia piegate, mani sul pavimento, perchè da loro l'imperatore esigeva una fedeltà assoluta, umiltà e devozione totale. Se viene messo al centro di un carattere più complesso, con a sinistra il bambù, la cannula scriptoria che simboleggia la cultura, la conoscenza della legge e a destra l'alabarda per mostrare la forza del potere si ottiene l'ideogramma Zang che significa "giusto". Infatti il potere che amministra, deve essere forte, capace e non a caso gli esami da funzionario erano di enorme difficoltà, dove solo i più validi erano scelti tra migliaia e migliaia di concorrenti, con il solo metodo del merito, senza badare a parentele o ideologie. Il sire era giustamente e come in ogni dove, impegnato soprattutto al sollazzo delle concubine (che gli venivano scelte ed inviate ogni anno da ogni parte dell'impero in numero di ventiquattro, una specie di concorso di Miss Cina) , ma sapeva scegliere i suoi ministri sfruttandone la capacità, non disdegnado i più abili stranieri. Il ministro doveva certo essere fedele, ma soprattutto capace e dotato del potere di amministrare, non era certo scelto tra i dipendenti del sovrano, magari incapaci e servili, il cui unico scopo di vita, quello del compiacimento dell'imperatore, mal si sarebbe addetto ad un buon governo dello stato, i cui servitori devono essere innanzitutto "giusti", perchè il benessere del popolo è anche il benessere dello stato. Qualcuno certo sgarrava, come sempre, ma, allora bastava il supplizio delle mille morti.

martedì 3 marzo 2009

Dài fu

Questi caratteri semplici sono l'ennesima opportunità di entrare nella mentalità e nel comune sentire del popolo cinese, che, non dobbiamo dimenticare, ha una profonda radice contadina e popolare ed un grande rispetto verso la sapienza e la conoscenza in generale. Il primo , se pur pronunciato Dài in luogo del comunissimo Dà, significa "grande", anche in senso morale, ed è la stilizzazione di un uomo con le braccia aperte a voler mostrare proprio la dimensione immateriale del concetto, il tipico esempio di ideogramma che rappresenta una astrazione descrivibile solo col gesto. Il secondo, "Fu", significa semplicemente persona, uomo, un pittogramma abbastanza riconoscibile. Quindi , persona grande, importante, di grandi doti. Ebbene, il significato effettivo è diventato "medico, dottore". Come non si può comprendere nell'antica Cina, il senso di ammirazione e rispetto che il contadino ignorante doveva provare per questo saggio uomo, che per decenni studiava i segreti del corpo umano, gli oltre 300 punti dell'agopuntura su cui esercitare pressioni al fine di riequilibrare le energie del corpo, i segreti della respirazione, i benefici delle erbe o semplicemente della corretta alimentazione e perchè no, degli effetti della filosofia sulla tranquillità mentale e quindi fisica. Ammirazione e quindi posizione di prestigio nella società, derivante non dallo status economico, ma dal potere della sapienza, della cultura. L'uomo importante, il grande uomo, ha cura della salute della sua comunià, fisica e morale, previene più che curare, è attento ai bisogni di tutti ed ha giusto diritto al rispetto ed all'ammirazione. Per inciso, il medico non veniva pagato dai malati che curava, ma solo dalle persone sane. Metodologia assicurativa ante litteram o punizione per chi non faceva bene il suo lavoro di prevenzione? Mi sa che i Cinesi avevano già proprio inventato tutto, anche la mutua.

lunedì 2 marzo 2009

Il Tao della crisi

Nel momento in cui mi introdussi per la prima volta nel difficile mondo del lavoro, ebbi la fortuna di incontrare un maestro (a proposito del mio post dell'altro giorno), sotto la cui ala protettiva fui messo, al fine di imparare i primi rudimenti di vita lavorativa. Quelle cose che non si imparano a scuola, bla, bla, bla. Era costui un anziano alpino, che era tornato dalla Russia a piedi, lasciandovi per la strada mezza gamba (mai avrei pensato che vent'anni dopo avrei preso la stessa direzione, un po' più comodamente, lasciandoci anche un pezzettino di cuore) a cui l'età e la durezza della vita avevano conferito la saggezza del Lao. Non parlava molto e cercò con affetto e con l'esempio di insegnarmi le sottigliezze dell'ambiente in cui ero precipitato. Il Tao era profondamente radicato in lui, anche se coscientemente non lo sapeva. La prima lezione che mi impartì, fu sul fatto che fosse meglio utilizzare le mezze maniche (si usavano veramente!) per evitare che la carta carbone sporcasse la giacca (obbligatoria). Non gli diedi retta e subito lordai di blu una bellissima giacca nickerboker che la mia mamma mi aveva preparato orgogliosamente per il primo giorno di lavoro. Non disse nulla, ma mi guardò da sopra gli occhiali, come solo i grandi maestri taoisti sanno fare, senza dire -Glielo avevo detto - (ci si dava scrupolosamente del lei) ma con quel mezzo sorriso, proprio di chi è illuminato dalla serenità del saggio. Così quando, dopo pochi giorni, mi vide un po' frastornato dalla massa delle grane che ogni mattina ci si trovava sulle scrivanie, il Ragioniere mi diede la prima grande lezione filosofica. Mi spiegò che il metodo più efficace, consiste nell'esaminare al più presto e con cura, tutti i problemi a vol d'uccello. La maggior parte sono dei non problemi e si risolvono con facilità e lo si deve fare immediatamente. Rimangono poi un certo numero di grane, che sebbene ci si sforzi di pensare ad una soluzione, rimangono refrattarie ad ogni trattamento. Si raccolgano dunque queste rogne in una cartellina denominata " Da definire" e la si riponga sotto il mucchio di documenti. (Allora si usava la carta, ma adesso il discorso vale allo stesso modo per il PC, documenti e cartelle da rinominare!). Dopo una settimana la si riprenda, e si noterà che molti di quei problemi irresolubili si sono risolti da soli. Si ripongano le rimanenti nella stessa cartella per riprenderla in mano la settimana dopo, proseguendo così ad infinitum. Cosa c'è di più Tao di questo modus non agendi! La signora Iris, l'anziana (così mi pareva allora) segretaria, che faceva da chioccia ai neoassunti, non era affatto d'accordo, ma non c'era nessuno meno taoista di lei. Purtroppo, non sono mai riuscito a mantenere questo tipo di approccio, essendo stato sempre troppo "occidentale" e quando se andò, il Ragioniere, mantenne verso di me il sorriso della consapevolezza. Oggi che infuria il problema dei problemi, che il mondo è percorso da brividi di paura, che ogni giorno si titola con nuove e sempre peggiori notizie, che ogni grande resposabile del mondo fa partire una nuova ricetta per risolvere la crisi economica e chi non ha il potere di farlo, suggerisce la sua, frustrato ed impotente, mi chiedo se la soluzione delle cartelline potrebbe essere praticata. Come suggerisce anche Ceronetti, nella sua follia di pessimista storico, potrebbe il Wu Wei (il non agire del Taotismo) avere un effetto risolutivo o anche soltanto positivo se portato a sistema di gioverno? E' una sfida cerebrale, ma una cosa è certa, sicuramente sarebbe più efficace che agire in modo sbagliato, dannoso, con conseguenze magari ancora peggiori e imprevedibili. Si potrebbe tentare una via di mezzo, dichiarare di fare un sacco di cose e azioni per convincere della propria efficienza l'opinione pubblica votante, aumentando il consenso, utile comunque a dare fiducia, e contemporaneamente nei fatti utilizzare il Wu Wei in attesa che passi la nottata. Ma non è che abbiamo un governo Tao?

mercoledì 25 febbraio 2009

Lǎo shī

La parola di oggi, "Lǎo shī ", si presta come di consueto a molte considerazioni su quello che era la cultura cinese. Il carattere di destra significa semplicemente insegnante e comprende, a sinistra il simbolo semplificato della lama, quasi a voler sottolineare quanto deve spingersi all'interno degli allievi zucconi per potervi infilarve il frutto dei suoi insegnamenti, mentre il carattere di destra significa "anziano" ed era in origine costituto da tre segni antichi, oggi difficilmente identificabili nella semplificazione del tratto, "capelli", "persona","cambiamento", cioè la persona a cui cambia il colore dei capelli col tempo, ma con una accezione assolutamente positiva, infatti il significato reale è diventato "saggio, colui che grazie all'esperienza conosce le cose", in netta contrapposizione con "Shao", giovane e quindi inesperto. Anche nel nostro mondo fino ad un paio di generazioni fa solo chi aveva accumulato una forte e lunga dose di esperienza poteva dirsi istruito o sapiente; il progredire del sapere era così lento che il potere culturale era decisamente in mano agli anziani; i vecchi contadini che avevano visto per decenni il fluire delle stagioni, da noi come in oriente, erano i soli in grado di prevedere fatti che si ripetevano in conseguenza di altri fatti. Adesso basta guardare il meteo del colonnello Giuliacci. Oggi il progresso scientifico e la tecnologia sono stati così rapidi che la maggior parte dei giovani venticinquenni hanno più conoscenze della maggioranza degli anziani, che oltre al decadimento fisico hanno perduto anche il potere psicologico della saggezza e sono costretti a passare il tempo a dare i giudizi rancorosi e criticare i lavori stradali appoggiati alle transenne dei cantieri (mantenendo ovviamente il potere economico-politico e da quello sarà dura schiodali). Da questi ideogrammi si capisce dunque il grande rispetto di cui godevano in Cina gli anziani visti come i depositari del sapere che deriva dall'esperienza. Unito al suono Hua , parola, abbiamo "proverbio" , la parola saggia che viene dall'anziano. Sintomatico il carattere Kao, derivato appunto da Lao, che significa esame, come a dire che solo un anziano possiede la necessaria esperienza per esaminare un giovane. Dunque lǎo shī , insegnante anziano, vuol dire Maestro nell'accezione più completa del termine; non solo colui che sa e mostra la tecnica, ma chi sa dare anche il completo insegnamento morale e spirituale. Il concetto che accompagna veramente il concetto di Maestro in tutte le arti marziali.

Ascoltando la cetra

Ho un grande rammarico, quello di non saper suonare nessuno strumento. Invidio molto chi lo sa fare, specialmente se è bravo. Deve essere una straodinaria soddisfazione produrre o meglio riprodurre una melodia seguendo canoni precisi, sentieri già percorsi da molti, eppure sempre nuovi e diversi. Qualcuno assimila i suoni ai colori ed ecco da una tavolozza infinita colare infinite sfumature che si dispongono in ordinato disordine nell'ambiente. Amo tutta la musica, vicina o lontana, nel tempo e nei luoghi e nelle culture. Forse il pianoforte sarebbe stato troppo paludato (e poi è complicato portarselo dietro per suonare qualcosa quando ti viene voglia), ma il violino, così acuto e preciso, dirompente nella sua voglia di perfezione o l'oboe, tranquillo e nobile come un dignitoso aristocratico di campagna. Meglio di tutti il violoncello, uno strumento perfetto, di sonorità talmente piena e completa, da soddisfare il piacere dell'ascolto e della produzione del suono stesso anche senza nessun altro compagno. Ma mi sarei accontentato anche della chitarra, che pure ho tentato di strimpellare in gioventù, pochi accordi per accompagnare le canzonette atte a sensibilizzare la sensibilità femminile. E' tra tutti lo strumento femmina per eccellenza, tanto rotonda può essere la sua sonorità, a tratti lanquida, a volte stridula, sensuale al punto giusto quando vuole esserlo e alla pari scostante e nervosa se pizzicata con sgarbo. Con che dolcezza il suo arpeggio veste di trine delicate una melodia suadente o il mi basso, che colora il sottofondo con dolcezza materna, per scatenare poi la furia delle corde alte toccate contemporaneamente, fino ai suoni metallici e scostanti del plettro che insiste parossisticamente sul cantìno. Peccato che non abbia trovato il tempo di studiare musica, mi sarebbe stata gradita compagna spesso. Perchè tanto ti può dare l'esecuzione musicale; ti soddisfa se lo fai per te stesso, un piacere solitario che ha pochi uguali e ti può curare, aiutare nei momenti di difficoltà, far gioire anche della solitudine o aiutarti a stemperare le difficoltà, calmare l'eccitazione e le paure, preparare la mente alla soluzione degli altri problemi. Ancora di più se lo fai per gli altri, dai piacere a te stesso e a chi ti ascolta, che si lega a te in una unione mentale di comune sentire, di soddisfazione dei sensi. Forse per questo, in oriente le donne che si occupavano del benessere degli uomini, dovevano essere capaci musiciste, dalle gheishe giapponesi, alle concubine cinesi o nel sudest asiatico, una delle capacità richieste era proprio avere grande pratica ed abilità con la mandola o la cetra o il p'i p'a, il liuto cinese. Una donna che non conoscesse la musica aveva poche possibilità di interessare il signore.Ecco dunque per sottolineare questo concetto, una bella lirica di Li Tuan, vissuto in epoca Tang, che caratterizza i suoi versi con piacevoli ed insolite osservazioni.

Ascoltando la cetra

Vibra la cetra dorata sul suo saldo supporto,
per il tocco della bella, dalle dita di giada.
Poichè brama attenzioni dal suo giovin signore,
si concede, ogni tanto, di sbagliare un accordo.

Zài Jiàn


Due ideogrammi semplici, che si sovrappongono specularmente all'espressione italiana e della maggior parte delle lingue. Zài significa "di nuovo", Jiàn sta per "vedere", e se pur semplificato, in origine rappresentava un grande occhio sopra due gambe. La sproporzione dell'occhio nel confronto delle gambe sottolinea l'importanza dell'esperienza personale. "Meglio una cosa vista che cento ascoltate" diceva Zhao Chong Guo nel primo sec. a.C. , dopo aver osservato il campo di battaglia per adottare la strategia giusta che gli consentì di sconfiggere i generali tibetani e conglobare il Tibet nell'impero Han. Quindi "vedere nuovamente" o più semplicemente arrivederci. E' quello che ho detto venerdì al mio amico cinese, che se ne è tornato a Pekino. Continuando a frequentare di tanto in tanto l'Italia e soprattutto gli italiani, è diventato un cinese anomalo. Gli piace il parmigiano, la pizza con le acciughe e le olive e si porta a casa origano e semi, per piantare sul balcone basilico e prezzemolo. Vuole andare a sciare e gli piace il Brachetto d'Acqui. Ma per lui, gli italiani sono sempre gente strana e poco comprensibile. E' stupito dal nostro immobilismo, quando dice che viene ad Alessandria da 15 anni e le uniche cose nuove che ha visto fare sono un palazzo e il ponte Tiziano (detto il ponte di Barbie per le sue dimensioni). Gli italianio hanno poca voglia di lavorare, ma vogliono subito la soluzione delle cose. Ce l'hanno con la Cina illiberale e poi stanno facendo una legge che regolamenterà internet, ricalcata esattamente su quella cinese. Ci mettono anni per aggiungere una corsia a un centinaio di kilometri di autostrada; dicono che, al contrario dei cinesi, possono cambiare a loro piacimento i loro governanti, se ne lamentano continuamente e da quando viene da noi sono sempre gli stessi. Anche da loro, mi dice c'è crisi, quest'anno cresceranno solo dell'8%. Non gli è molto chiaro questo mondo, quando mi chiede di spiegare, guardandomi con l'occhio un po' malinconico; però ne sente la perversa attrazione e prepara la figlia a frequentare scuole all'estero. Siamo condannati ad apprezzare ciò che ci è lontano? La distanza annebbia i difetti e magnifica i vantaggi. Ma è sempre malinconico salutare un amico che parte.
Due amici, al momento dell'addio.
A nord, montagne verdi all'orizzante
mentre acque chiare a sud, cingono la città.
E' il luogo dell'addio: da qui
andrai solo, fino a dove!
Nubi sospese, vagano i tuoi pensieri;
quale antica amicizia, tra i raggi del tramonto.
Un cenno con la mano e te ne andrai così,
al sonoro nitrito del tuo cavallo in corsa.
Li Po, dinastia Tang, 701-762 d.C.

Incontrare, vedere,capire,xué

Una bella domenica, una bella giornata di sole dopo tanta pioggia. Che piacere trascorrerla con vecchi e nuovi amici, a guardare ed apprezzare maestri strardinari, a cercare di capire qualcosa di più dell'anima dell'Oriente, a tentare di imparare qualche cosa. Il multistage regionale F.I.Wu.K di discipline cinesi ad Alba è stata un'occasione rara per vedere contemporaneamente, tante tecniche così diverse tra di loro eppure così uguali nel fondamento, dense di concetti trasversali che le uniscono e che ne fanno un unico corpus indissolubile. Dalla quasi staticità dell' Yi Quan che semplifica e riduce all'essenza la devastante potenza dell'energia interna comune a tutti gli stili, ai movimenti circolari del Ba Gua, passando attraverso la velocità incredibile del Liu He Tang Lang Quan (il combattimento della mantide delle sei armonie), alla lenta e morbida meditazione in movimento del Tai Ji nel cadenzato stile Yang e nel potente stile Chen, fino alle interpretazioni molto pratiche del Long Quan della Cina meridionale, vicino al Viet Vo Dao e del competitivo ed agonistico Sanda. Un grande ringraziamento quindi al Delegato Regionale F.I.Wu.K. Livia Dutto che ha voluto organizzare una giornata che ha dato molto a tutti coloro che hanno avuto il privilegio di partecipare. Nuove amicizie per potersi rivedere in molte altre prossime occasioni.

Tagliare o potare?

Oggi ho nostalgia di amici lontani e quindi anche di terre lontane. Forse è come quando, al contrario si è lontani e si ha nostalgia della terra natia o forse no, ma mi sento comunque vicino a Li Yu un altro grande poeta della dinastia Tang, quando diceva:

Solo ed in silenzio sull’alta torre ovest.

La luna è come un gancio appeso nel cielo.
In fondo al cortile il fresco autunno
Incatena il platano solitario.
Non è giusto spezzarne i rami, ma bisogna potarlo
Riordinando ciò che è ancora confuso
Senza preoccuparsi di tagliare.
Ma che tristezza essere lontano dal paese natio.

Che sapore indicibile in fondo al cuore.

Yín Háng


La coppia di caratteri che esaminiamo oggi, definiscono, come è consueto nel cinese moderno, una realtà nuova con concetti antichi. Il primo (Yín ) è composto di due parti più semplici, quello di sinistra significa "metallo", uno dei cinque costituenti della natura secondo il Tao, assieme ad acqua, fuoco, aria e legno, secondo un concetto comune con cui anche i nostri prearistotelici tentavano di spiegare la complessità del cosmo. Sembra essere la stilizzazione di una copertura sotto la quale si scava per strappare alla terra le parti da cui si ricavano i metalli di cui la Cina è sempre stata povera; scavo che bisogna tenere nascosto appunto per non suscitare ai vicini insani desideri. La parte destra invece significa "duro, potente". Insieme danno il concetto di "argento" un metallo che serviva a coniare le monete, che dava il vero potere, quello economico. Il secondo carattere (Háng) invece è la stilizzazione di un concetto abbastanza complesso. Trasformatosi in maniera elegante, era all'inizio la rappresentazione di un incrocio di due grandi strade e così si trovava nei primi esempi incisi su ossa di animali. L'incrocio delle vie ha sempre rappresentato in tutte le culture, l'incontro tra le genti e le persone, il movimento da cui è nato lo scambio, il commercio. Infatti il carattere ha mentenuto due significati. Il primo è quello di "camminare" che vede nell'incrocio di strade la rappresentazione dello spostamento fisico delle persone, ma poichè proprio da questo muoversi e incontrarsi nasce l'economia, il carattere ha cominciato a rappresentare ciò nasceva negli incroci delle strade, il mercato, le botteghe, il negozio. Ecco dunque che nel cinese moderno, il "negozio dell'argento" non significa altro che "banca" e cioè il luogo fisico dove la gente si incontra per comprare (o vendere) il metallo che serviva come moneta di scambio. Scambio fisico certo, metallo contro beni o magari servizi. Poi noi, al seguito degli Stati Uniti, per un decennio almeno siamo andati a raccontargli che le loro "banche" erano assolutamente inadeguate alla finanza moderna, che dovevano darsi una mossa se volevano entrare a pieno titolo nel flusso mondiale degli scambi telematici, che i loro sistemi non avrebbero retto di fronte alla moderna intermediazione che, con sapienza e arguzia, creava nuovi strumenti, derivava titoli complessi ma efficientissimi, altro che scambi di pezzi di metallo! Adesso i manager delle banche cinesi sono un po' frastornati, non sanno bene a cosa credere; hanno in cassa montagne di crediti (di carta però non in pezzi d'argento) e per questo non si sganasciano dalle risate come vorrebbero e un po' di proccupazione ce l'hanno anche loro, però dentro gli viene da sorridere quando sentono le contorte scuse delle teste fini che erano così avanti. Si ricordano per la verità, che la carta al posto dei pezzi d'argento l'avevano già inventata loro ottocento anni fa e Marco Polo, che pure era furbo, ne era rimasto basito, ma ai "banchieri" che non avessero coperto la carta con i dovuti pezzi d'argento, Kubilai Khan il buono, avrebbe senza astio tagliato subito la testa, non prima, per monito, di averli sottoposti alla tortura detta delle mille morti. Niente bad bank o bad company, via le teste, chiaro? Quanto lavoro, oggi, se il povero imperatore fosse ancora in vita!