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mercoledì 31 marzo 2010

Il Milione 6: Morti a Venezia.

E già, i due fratelli pensavano di farsi un salto ad Acri, mandare la missiva al Papa e tornare al più presto, che il mercante non ha mica tempo da perdere, chì se lavùra e il Gran Cane mica sta lì ad aspettare con la gente di tutto il mondo che va a fargli visita e ti frega qualche bel contratto. Invece il destino è lì che ti aspetta; arrivano in Terrasanta e la notizia fresca fresca che ricevono è che il Papa è morto e tocca aspettare che ne facciano uno nuovo.
Cap. 9
Li due frategli, udendo ciò pensarono di andare in questo mezzo a Vinegia per vedere loro famiglie e quivi trovò Messer Nicolao che la sua moglie era morta e erane rimasto uno figliolo di 15 anni ch’avea nome Marco e li due ristettero a Vinegia due anni aspettando che lo novo papa li chiamasse.

Pensate un po’ per due giramondo così, rimanere rinchiusi in città, immaginiamo zitti zitti a non raccontare nulla di quanto era loro occorso per non farsi soffiare le opportunità, si direbbe oggi e intanto a far piani per i futuri affari, cosa importare, cosa portare laggiù, da che parte tirava il mercato, magari accogliendo in città vecchi clienti con cui intessere nuovi rapporti di affari con le merci che si prevedeva di portare a Venezia a miglior prezzo. Chissà come, questa città ha mantenuto fino ad oggi un aura magica per tutti gli stranieri, siano Russi, sian Cinesi, la prima cosa che volevano andare a venere, arrivati in Italia e comprati alcuni paia di scarpe, era proprio la città della laguna. Mi ricordo che un anno ci sono andato ben undici week end ad accompagnare delegazioni composte da stanchi bietoloni e sognanti accompagnatrici che fremevano alla vista del Canal Grande. Avevo un giro fisso, tagliando per zone meno affollate e finendo invariabilmente in Piazza San Marco dove la comitiva non poteva che rimanere a bocca aperta davanti al duomo ed allo splendore della piazza. Le femmine si giravano attorno con occhi sognanti e mi lanciavano un languidissimo -spassiba Enrico- mentre illustravo loro l’armonia delle alternanze di vuoti e di pieni nelle ombre della facciata e nelle scansioni ordinate delle finestre sansoviniane, appoggiandosi turbate al mio braccio, mentre i vari presidient di turno annuivano col capo e grugnendo chiedevano dove stava il Danieli. Finivamo in quella meravigliosa hall a prenderci un aperitivo e tutti rimanevano basiti dai sapori d’Oriente che scivolavano lungo i mosaici e le arcate moresche. Questa città ha sempre fondato la sua fortuna su queste commistioni tra Europa e Asia, sulle occasioni e le ricchezze che offrono la mancanza di frontiere e l’apertura alle diversità del mondo. Che mondo fantastico allora, gente che percorreva tutto il Mediterraneo senza barriere, le idee giravano e si rinvigorivano in un fermentare sano e produttivo e privo di paure. Non avrebbero attecchito allora certe idee che portano solo a chiusure capaci di ottundere ogni vigore, a tagliare le opportunità, a rimanere soltanto col puzzo di fogna che sale dai canali e ingombra le menti. Il camminare per calle e callette segrete e poco popolate non deve essere però cambiato rispetto ad allora e la nebbiolina condita di odore di acqua morta di certe giornate di novembre sarà rimasto lo stesso che vedeva il giovane Marco, che sognava di seguire padre e zio, non appena avessero avuto notizie buone dal Conclave in atto. Chissà cosa mangiavano i Polo, certamente piatti ricchissimi di spezie (per attutire la puzza delle carni mal conservate), che tra l’altro erano appunto uno dei business migliori dell’epoca, ma di questo di certo ci renderà edotti la brava Acquaviva che ha postato qui un vero e proprio trattato di cucina veneziana del 1300 a cui vi rimando per la memorabile ricetta del Savore rinforzato perfecto per polastri e caponi. Io invece me li portavo sempre in qualche trattoria tipica, i miei ospiti, cercando di sgusciare alla meglio tra i siluri che i ristoratori lagunari sono abituati a tirare ai mercanti di passaggio. Mi ricordo una volta il mio capo, che portò tre pezzi grossi in un grazioso localino, strizzò l’occhio al cameriere dicendogli:”Mi faccia fare bella figura” e quando dopo il trionfo di pesce chiese il conto, eravamo nel ’95, gli arrivò un fogliettino scritto a mano con su Lit. 1.800.000 per sei persone. Diede del ladro matricolato al gestore, sorridendo continuamente per non farsi capire dai russi che scolavano gli ultimi calici di Cartize dandosi gran pacche sulle spalle, ma in risposta ebbe solo un allargar di braccia e un: “Me gaveva dito de farle far bela figura…” e subito fu trascinato sulla gondola dove già attendeva il mandolinista

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domenica 28 marzo 2010

Il Milione 5: La Cina è vicina.

Spesso gli affari nascono per caso da incontri fortuiti, come quella volta che un tizio malmesso entrò dalla porta dicendo che voleva fare lo champagne e noi invece di cacciarlo a calci lo stemmo a sentire e si firmò il contratto più grosso della nostra storia. Così i fratelli Polo che da tre anni facevano flanella nelle taverne di Bukhara in attesa di qualche buon affare, incontrano per caso due ambasciatori del Grande Cane…


Cap.4

…e quand’essi vidono in questa città i due frategli, fecionsi grande meraviglia perché mai non aveano veduto niuno latino e dissono loro s’eglino voleano venire al loro Signore e egli li porrebbe in grande istato. Li dui frategli risposono: “Volontieri”.


Par quasi di sentire il manzoniano “e la sventurata rispose”, invece i Polo pescano il jolly della loro vita, perché dopo un anno di viaggio arrivano a Cambaluc, l’odierna Pechino, dove Kubilai Khan, nipote di Gengis ha ormai conquistato la Cina e fissato la capitale del nuovo regno e della nuova dinastia, gli Yuan. Giunsero nella città in un periodo straordinario, molto simile a quello attuale, quando la Cina stava diventando una grande potenza e si apprestava a diventare il paese dominante di tutto l’oriente, fondando le sue fortune sulla apertura agli scambi. Certamente i fratelli rimasero colpiti dalla ricchezza e dai fasti della città proibita che sorgeva nello stesso posto di quella odierna ma quello che sicuramente fece loro capire le potenzialità di quel contatto era la enorme possibilità di scambi e di commistione di culture diverse. Qui si radunava tutta l’Asia, lingue, religioni e scienze diverse si confrontavano liberamente e lo stesso Kubilai era affascinato dai saperi del resto del mondo. Par di vederli i Polo nelle taverne del quartiere dei mercanti, a mangiar ciotole di pollo coi funghi, armeggiando con le bacchette come me la prima volta, mentre i vicini mostravano loro l’uso corretto, allo stesso modo di un signore con spessi occhiali e giacchetta blu di Mao, frequentissima all’inizio dei ‘90, che a gesti mostrava a me e a mia moglie come porre indice e medio sotto, serrando col pollice e facendo presa col movimento dell’anulare. I pezzetti di fungo, cosparsi di salsa al glutammato scivolavano via come scaglie di sapone, tra i sorrisi compiacenti dei vicini. Adesso acchiappo anche le arachidi, ma che fatica. Ma non voglio scendere in particolari, se volete saperne di più sulla zuppa di pollo di Bei Jing (che non è questo semplice pollo e funghi) date un'occhiata alla ricetta originale da Acquaviva che, più che la nostra vivandiera è una vera e propria filosofa della cucina. Se oggi andate in Cina, sarete assediati continuamente da persone che vogliono saper della vostra terra, delle cose più belle che producete, delle vostre abitudini; avvertirete sicuramente da parte dei vostri interlocutori un senso di quasi inferiorità che li fa desiderosi di osservare e di imparare.


Cap. 6

..Il grande kane gli fece gran festa e dimandogli dello imperatore, di sua vita e di sua iustizia e del Papa, de la chiesa di Roma e di tutti i fatti de’ cristiani. I due frategli risposero bene e saviamente siccome savi egli erano e bene sapeno parlare tartaresco.


Insomma da bravi mercanti lo imbambolano e in breve li rimanda indietro.


Cap.7

Allotta Lo Signore fece le carte bolate che potessero venire per questo viaggio e impose gli l’ambasciata dicendo al Papa che gli mandasse 100 uomini savi che sapessero le 7 arti e che sapessero mostrare per ragione come la cristiana legge era la migliore e gli recassero anche de l’olio de la lampada ch’arde al sepolcro in Gerusalemme.


La Cina ha sempre avuto una grande disponibilità ad ascoltare, ma vuole essere convinta con la ragione e coi fatti e non con le parole. E’ un grande errore sottovalutarla e trattare con sufficienza il loro lavoro, disconoscendone i meriti e le potenzialità. Saranno nostri spietati avversari commerciali e ignorarli o pensare di poterne fare a meno sarebbe un tragico errore. L’autoesclusione alla torta più ghiotta dei prossimi decenni sarebbe un colpo mortale alla nostra esangue economia. Così i fratelli, che invece capiscono bene quale occasione si è loro presentata, se ne partono a cavallo e in tre anni se ne tornano a casa per preparare il business della vita, ma qui li aspetta una sorpresa.


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martedì 23 febbraio 2010

Zhǔ, Shì.

La società cinese è sempre stata molto sensibile nei confronti degli anziani. Tutta la filosofia morale del confucianesimo è indirizzata a considerare l'anziano come il depositario della cultura ed il patrimonio della memoria per la società. Potrete ben capire come questo sentire mi sia particolarmente caro, per ragioni squisitamente personali e interessate. Di certo questa posizione sta cambiando, come è naturale, visto che il sapere si sta spostando sempre più rapidamente nelle mani dei gruppi più giovani e non passerà molto che anche in Cina i vecchi verranno accantonati con fastidio come già da tempo avviene dalle nostre parti. Il sapere ed il potere marciano di pari passo e chi detiene l'uno ha contemporaneamente anche l'altro e non lo molla facilmente. In questo ha sempre aiutato la scrittura cinese che, ricca oggi, si dice, di circa 100.000 ideogrammi, di cui non più del 15% conosciuti dalle classi con cultura universitaria, possiede interi gruppi di caratteri cosiddetti specialistici (come quelli legali, medici, scientifici e altri) che sono conosciuti solo dagli addetti ai lavori. Fate conto che un documento legale, che già da noi si interpreta con una certa fatica, risulta non leggibile in Cina da qualcuno che non abbia una specifica competenza legale e così via. Una forma di potere particolarmente impenetrabile e forte dunque. Ecco come nel passato Anziano = Sapiente fosse una equazione particolarmente valida. Il Lao contrapposto allo Shao (giovane e inesperto) di cui abbiamo già parlato qui, è "colui che ha cambiato colore dei capelli" e col grigio ha acquisito esperienza e saggezza e non ci sono santi, bisogna stare a sentire quello che dice. Questa sottolineatura si ritrova in molti altri caratteri come ad esempio quelli, molto semplici, che vedete in alto (grazie Ferox). Zhǔ - 主, si compone a partire da Wang (vedi qui) che significa Re, ma sul quale è stato apposto un piccolo segno, una fiammella, cioè "Colui che ha il potere di un Re con in più o grazie al fatto che possiede la fiamma del sapere" e significa Maestro, padrone in cui si rileva sempre la commistione irrinunciabile tra sapere e potere. E' ovvio che in ogni società che si consideri civile, chi governa "deve" anche essere saggio e sapiente, cosa che era comune anche nella nostra società, un tempo, forse. Il secondo, Shì - 士, significa "uomo colto e sapiente" ed è formato dai due deogrammi più semplici che significano 10 (la crocetta) e 1 ( il trattino orizzontale) per rimarcare che di uomini di questa fatta non se ne trovano molti, sono una rarità, non più di uno su dieci. Certamente essere non troppo giovane e magari con la barba, contribuiva, in Cina, ad essere ascoltato con più attenzione e deferenza; sarà anche questo uno dei motivi per cui me la sono fatta crescere quando bazzicavo da quelle parti. Che infingardo! Eh no! Non dite così, anche questo fa parte dell'esperienza, del potere, del sapere e quindi della dovuta considerazione che meritiamo noi anziani. Le cose che diciamo sono quasi sempre molto intelligenti e degne di essere ascoltate. E con rispetto. E' chiaro? Ricordo una volta a Shanghai, che, durante una fiera nello stand vicino al mio, stava un tizio non più giovane che rappresentava diverse ditte. Rimaneva tutto il giorno appollaiato con aria sonnacchiosa vicino ad un tavolo dove si alternava una coorte di questuanti che lui trattava con una certa supponenza e liquidava con poche e certamente sagge parole. I giovanotti, dopo aver ricevuto il viatico se ne andavano con la testa bassa a svolgere i loro compiti. Quando non aveva nessuno da benedire, chiacchierava con me in un inglese molto approssimativo (sapere è potere, i cinesi infatti, sono infastiditi dal fatto che uno voglia imparare la loro lingua, cosa che farebbe loro perdere un vantaggio notevole). Una sera particolarmente fiacca, mentre sorseggiavamo un delicato thé oolong, osservamo con il distacco proprio dell'anziano, due standiste che di fronte a noi distribuivano volantini di una ditta della Mongolia interna. Così anche quella volta, il vecchio saggio volle lasciarmi una delle sue perle. Strinse un po' gli occhi per guardare meglio, poi esalò: "You know, Mister Bo, Mongolian girls are the best, because they smell of cheese" e non volle aggiungere altro chiudendosi in un silenzio meditativo. L'esperienza, ah l'esperienza!
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venerdì 28 agosto 2009

An mó

L’arte del massaggio è antica come la Cina. Il primo carattere del bisillabo, che significa “massaggiare”, è “àn”, formato dal segno an per la pronuncia, accoppiato al segno di mano come suggerisce l’atto di cui si tratta. Questa attività non è una semplice tecnica di benessere fisico, ma fa parte della medicina tradizionale, in quanto non si tratta di banale manipolazione, ma di una complessa serie di digitopressioni nei punti sensibili dell’agopuntura, seguendo con precisione la teoria dei meridiani. Io sono un amatore dei massaggi e, come sapete, esperimento con curiosità le cose che incontro e qualche anno fa a Pekino ebbi una interessante esperienza al riguardo. La fiera era alquanto moscia e si chiacchierava con i colleghi degli stand vicini in attesa dei primi svogliati clienti. L’amico della ditta che ci stava a fronte arrivò con qualche minuto di ritardo con il ghigno sofferente di chi ha dormito poco bene. Dopo il caffè di rito volle metterci a parte di quanto gli era occorso la sera prima, quando lo avevamo visto filare alla chetichella senza venire a cena col gruppo. Amante anch’egli dei massaggi, aveva voluto profittare dei servizi del nostro hotel, che al secondo piano avevano un interessante insegna che recitava: Thai and Chinese Massage, con alcune gentilissime e sorridenti signorine alla reception. Alla richiesta aveva scelto il massaggio thai, speranzoso di una esperienza variata ed indimenticabilmente esotica. Accomodatosi sul lettino era stato preso in carico da una signorina alquanto muscolosa che, in linea con lo stile prescelto, aveva cominciato ad operare sulle sue stanche articolazioni, prese e torsioni piuttosto rudi. Incurante dei suoi, dapprima cauti, poi sempre più gridati, segnali di stop, proseguiva nelle sue prese a tenaglia interrompendosi solo al suono di preoccupanti scrocchiamenti e al raggiungimento di angolazioni decisamente innaturali. Non ci fu verso di farla smettere, furono quaranta minuti di dolore e lacrime e quando finalmente scoccò l’ora, non gli parve vero di poter porre termine alla tortura pagando il giusto. La notte portò linimento alle ferite e alla delusione, ma a quanto riportava, quella mattina gli sembrava di stare decisamente meglio. Fatto acuto dall’altrui esperienza, nel tardo pomeriggio, arrivai davanti al centro benessere dell’Hotel, dubbioso ma deciso a non rifiutare l’esperienza ed alla gentile richiesta di scelta, risposi senza esitazioni, Chinese massage, alla sorridente ed esilissima fanciulla che mi accompagnò nella stanzetta, dopo che avevo calzato i mutandoni di ordinanza. Steso sul lettino, attendevo la mia delicata ancella, quando si aprì la porta e con orrore, vidi entrare deciso un mongolo basso e tarchiato, in tutto simile al mitico Objob di Mission Goldfinger, uno dei film cult della mia gioventù. Aveva manone grandi come putrelle e i ditoni grassi e tozzi che quasi non si distendevano, leggermente torti, sembravano pinze d’acciaio al magnesio. Mi guardai attorno per vedere se c’erano vie di fuga. Nulla, solo e prigioniero del mostro che con un sorriso melenso sbatteva le manone, sfregandosele per scaldarle. Il testone pelato era imperlato di sottili goccioline mentre le fessure degli occhi si stringevano sempre di più. Gli artigli calarono di botto sulla mia schiena afferrandone i teneri fasci muscolari non usi ad un simile trattamento . Capii che era inutile tentare di opporsi al mostro, abbandonarsi era l’unica soluzione per abbreviare la tortura, quei bitorzoli puntuti premevano i miei punti sensibili senza pietà come cacciaviti dentro il legno massello, come punte di trapano nel muro della mia insensibilità occidentale, tentando nuove vie, cercando di creare non richiesti nuovi orifizi. Come dio volle tutto finì come era cominciato e il mongolo con un piccolo inchino scomparve dondolandosi dietro alla porta da cui era comparso, lasciando il posto all’ancella che mi aiutò a ritrovare la via del ritorno. Il giorno dopo camminavo leggero e disteso e firmammo anche un contratto. L’effetto placebo aveva colpito ancora.