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lunedì 24 gennaio 2011

Il Milione 36: Templi e spezie.

Gelo e brina ci avvolgono. Voglia assoluta di sud, anche quando questo possa voler dire calore insopportabile. Eccoci quindi rientrati nella carovana di Marco Polo, ormai plenipotenziario del Khan che viaggia nell'impero descrivendone gli angoli più lontani. Ha lasciato il Tibet e si muove ormai sempre più a sud seguendo i grandi fiumi che vogliono invadere la misteriosa jungla indocinese.

Cap. 120-123

E quando l'uomo si parte da questa provincia discende per una grande china per bene due giornate e mezzo. Poscia va per 15 giornate per un luogo disabitato e sozzo ov'à molte selve e boschi con leofanti e unicorni e altre diverse bestie assai...

Certo il nostro Marco sarà rimasto impressionato dalle jungle impenetrabili che allora ricoprivano completamente i territori indocinesi, una terra selvatica, pericolosa, tra tigri, elefanti e rinoceronti, dove forse era difficile e pericoloso muoversi ma che dovevano rappresentare per un veneziano curioso del mondo una attrazione irresistibile. Teniamo conto che il suo passaggio da questa parti corrispondeva ad uno dei periodi di massimo splendore della cultura Khmer, tuttavia probabilmente alla vista assai più rozza, forse, delle raffinatissima corte del Gran Khan. Si sarà mosso attonito e stupito attorno agli stupa di Angkor wat o sarà rimasto senza fiato dinnanzi ai grandi visi di pietra del Bayon, come me che per cinque giorni mi sono aggirato tra queste straordinarie rovine, dove la jungla impietosa, come allora combatte una battaglia quotidiana con l'opera dell'uomo cercando di avvolgere e assimilarne la presenza per annullarla completamente, per annichilirla infine nel suo abbraccio mortale.

Cap. 120-123

Caugigiu (forse la Cambogia) è una provincia del levante tra Aniu (Vietnam), Mien (Birmania ) e Bangala. Sono idoli e ànno lingua loro. E quivo ànno torri di pietre ch'elle sono alte e bene dieci passi e grosse come si conviene a quell'altezza. E quivi si trova molto oro e care spezie.

Niente da fare, il mercante alla fine prevale sull'attonito viaggiatore e lo riporta sulla terra, però possiamo immaginarcelo a fantasticare sui molti affari che si potevano imbastire da quelle parti. Sicuramente ci sarà già stato un gran movimento, che allora era composto prevalentemente di pellegrini, ma lì c'era già una grande città piena di posti di ristoro, come quelli che adesso nutrono i turisti che arrivano a frotte, gustandosi magari una cua nâu bôt bâng, la zuppa cambogiana di tapioca e granchio (per la ricetta vi rimando come al solito da Acquaviva). Io masticavo le mordide palline di farina di manioca pensando alla forza che, dopo 800 anni, emerge da quei visi di pietra che ti sorridono immobili e sereni, lui forse almanaccando le differenze di prezzo del pepe nero, franco porto di Venezia, naturalmente.



sabato 15 gennaio 2011

Il Milione 35: Escort e corallo.



Strade deserte e difficili, passi solitari, sentieri erti o stradine terrose che ruotano attorno ai templi, il Tibet ti appare sempre e comunque selvatico e misterioso. Negli sguardi di chi incontri, negli animali, essi stessi selvatici, nei poveri indumenti della gente, come ricorda il nostro Marco "che il loro vestire è di canavacci e di pelle di bestie", ritrovi l'isolamento montanaro e la solitudine delle tribù dei deserti assieme ai loro usi particolari. Sono questi che alla fine incuriosiscono il viaggiatore, che se li fa raccontare, spesso con prurigine malcelata attorno al fuoco degli accampamenti tra risolini e sogghigni, masticando la tsampa o una delle povere minestre d'orzo (vedi la ricetta da Acquaviva), nelle poche varianti che può dare, a queste quote, la ridotta disponibilità di ingredienti. L'aria è sempre fine, il cielo di un indaco scuro con fiocchi di nubi bianchissime che paiono riccioli di burro in cerca delle guglie del tempio a cui legarsi. Le ragazze ti passano accanto ostentando copricapi ricoperti di pietre e lanciando occhiate furtive al viaggiatore incuriosito forse oggi come allora. Racconta Marco Polo:

Cap. 114/115

In questo luogo àvvi l'oro in paglieola in grande quantità, e quivi si espande l'azzurro (i turchesi) e lo coraglio e èvi molto caro, ch'egli lo pongono al collo di loro femmine e ànnolo per grande gioia.

E come non si può rimanere colpiti da questa ostentazione di rosso e azzurro, in pietre grezze, ma elegantemente raccolte e formare collane, pendenti e ornamenti di tutti i tipi che le ragazze mostrano con orgoglio, forse a riprova delle antiche usanze che tanto affascinavano il nostro giovane viaggiatore, sentiamo come continua il libro:

...Questo Tebet è una grandissima provincia. Quivi àe uno cotale costume di maritare che vi dirò. Egli è vero che niuno uomo piglierebbe neuna pulzella per moglie e dicon che non vale nulla, se non è costumata co molti uomini. E quando li mercatanti passano per queste contrade (questo sempre come guida di utili consigli), le vecchie tengon le loro figliuole sulle strade e per gli alberghi e per loro tende e fannole giacere con questi mercatanti e poscia le maritano. E quando il mercatante à fatto il suo volere, conviene che le doni qualche gioia (noblesse oblige) acciò che la pulcella mostri come altri àe avuto a fare seco; e quella ch'à più gioie e più belle, è segno che più uomini sono giaciuti con essa e più tosto si marita. E anzi che si possa maritare conviene ch'abbia almeno 20 segnali al collo per mostrare che molti uomini abbia avuti e quella che n'àe di più è tenuta migiore e più graziosa che le altre.

Così quando passeggi a Lasha attorno al Jokang o quando respiri a fatica lungo l'erta sassosa che ti conduce a un monastero, siedi su una pietra a riposare e porta con te gli sguardi languidi che le ragazze lanciano al passare. Il taglio esotico dei loro occhi brilla come il giaietto. Le pietre rosse e azzurre spiccano orgogliose tra i capelli neri, corone di colore che scendono ad ornare il collo delicato in volute complesse. Passano girando appena il capo, lasciando dietro di sé, forse, l'ombra del sorriso malizioso delle loro nonne.

domenica 9 gennaio 2011

Il Milone 34: Tibet misterioso.

Sono ormai molti giorni che abbiamo lasciato il nostro Marco Polo, inviato del Khan, in giro per la Cina. Sappiamo che non è uno che stava con le mani in mano. Ed eccolo qua, lo abbiamo perso di vista per un attimo e lui già se ne va ad esplorare nientemeno che le desolate ed immense lande tibetane.

Cap. 114/115

..Tebèt è una grandissima provincia e l’uomo va per queste contrade 20 giornate e non truova né alberghi né vivande, ma deve portarne per sé e sue bestie, tuttavia trovando fiere pessime e molto pericolose...e v’à molte castella tutti guasti... la gente è idola e malvagia, che non ànno per niuno peccato di far male e di rubare e sono molto grandi ladroni e si vestono poveramente di canavacci e pelli e di bucherain…

Ora il giudizio che dà il nostro Marco sui tibetani è abbastanza tranchant, però è assai curioso che corrisponda appieno alla considerazione che degli stessi hanno i cinesi odierni, per non parlare dei loro vicini a sud, nepalesi e indiani. Dobbiamo ragionare su questo marchio di infamia che accompagna da sempre tutte le popolazioni nomadi del mondo, che sono viste dagli stanziali, come troppo liberi e per questo pericolosi a prescindere, a parte il fatto che gli stessi tibetani considerano la regione più vasta del loro territorio, la provincia di Kham, popolata di banditi e ladroni. La realtà è dunque che da sempre tra la Cina e questa sua regione (già allora inclusa e facente parte dell'impero) c'era una prevenzione di tipo etnico, cordialmente ricambiata dai tibetani stessi. Ma di certo quello che più colpisce il nostro esploratore sono esattamente le stesse sensazioni che attraggono il visitatore dei nostri tempi. Anche io sono rimasto attonito di fronte agli spazi sconfinati e deserti, al senso di abbadono di fronte alle costruzioni isolate abbarbicate ai crinali delle montagne, alla presunta selvaticità dei rari personaggi incontrati lungo le piste e gli alti passi. Una regione estrema dove con facilità la trascendenza ha la meglio sulla ragione e dove l'indimostrabile prevale e si rafforza aiutato dalla rudezza della natura che lo circonda.

Cap 114/115

…e quivi àe molti romitaggi e badie e monisteri di
loro legge……e questi fanno grande affumata dinnanzi agli idoli, di buone spezie e con grandi canti chè ciascuno à propria festa come li nostri santi… …e credon in idoli assai e strani e terribili…e ànno li più savi incantatori e strologi che siano, ch’egli fanno tali cose per opera di diavoli che non si vuole contare in questo libro che troppo maraviglierebbero…

Certamente questo è l'aspetto che più colpisce e affascina il viaggiatore, i templi, le statue terrifiche a loro guardia. Le leggende che li circondano e che lo fanno rimanere a bocca spalancata di fronte ai fuochi dei bivacchi, sorbendosi un delicato thé al burro rancido (spiegazione logica della riuscita di digiuni monacali prolungati e che fa anche tanto bene alle labbra vista la quota se riuscite a buttarlo giù) di fronte a racconti di miracolose levitazioni o di trasmissione a distanza del pensiero. Come ho già detto ho assistito anch'io a quest'ultimo miracolo telepatico, come da allegata prova fotografica.

domenica 5 dicembre 2010

Il Milione 32: Le triglie di Shanghai.


Il nostro Marco Polo, ormai ambasciatore plenipotenziario del Gran Khan, comincia i suoi viaggi verso sud, dove gli si aprono scenari completamente nuovi, paesi esotici e ricchi di profumi di spezia e di potenzialità commerciale, le stesse sensazioni che non possono non cogliere chi oggi gira per l'Asia. Attraversa il fiume Giallo, confine tra il regno di mezzo e il reame di Mangi, la seconda colossale via d'acqua cinese, folgorato dall'energia che la percorre.

Cap. 134
Quando l'uomo è ito per tre giornate a mezzodie truova città e castella e di capo giugne allo grande fiume Cameraman (Huang Ho , il fiume giallo) che vien de la terra del Preste Gianni (si riferisce ad una figura mitica dell'Asia centrale, a capo di un regno di cristiani Nestoriani) e ch'è largo un miglio e molto profondo, sì che bene puote andare grande nave. E in questo fiume à bene 15.000 navi del Grande Cane per portare sue cose. Quando l'uomo ha passato questo fiume, entra nel reame del Mangi e lo conquistò il Grande Cane.

Questa parte era allora come adesso la più ricca e produttiva della Cina ed è proprio in questa area che si addensano le maggiori attività commerciali. La sua linfa vitale la percorre immensa ed inarrestabile. E' il fiume Azzurro, lo Yang Tse Kiang, la via d'acqua più popolata del mondo.

Cap. 143

Quando si va per isciloc (oriente) per 15 miglia, si truova la città di Signi in sul maggiore fiume del mondo, ch'è chiamato Quian. Egli è largo fino a 10 miglia e lungo più di 100 giornate. E per le molte città che sono su per quel fiume va più mercatantia e più cara che per tutti i fiumi del mondo...che io vidi a questa città una volta 15.000 navi aportate.

Davvero uno spettacolo incredibile, il fluire di tutto questo traffico sul grande fiume fino alla città sull'Oceano, oggi la colossale Shang Hai (letteralmente Sul Mare), forse allora piccolo villaggio di pescatori sul delta del fiume. Ho avuto il privilegio di vedere i cambiamenti di questa città incredibile durante tre lustri, un luogo con una vitalità ed una forza straordinaria. Ogni volta che ci tornavo trovavo interi quartieri stravolti e irriconoscibili. In soli tre anni l'isolone di sabbia di fronte al Bund, la sfilata di edifici commerciali di inizio secolo che l'impero britannico ha posto sulla riva, si è trasformato, da un cantiere pieno di gru, in una selva di grattacieli multicolori e sfavillanti di luci.

Ero davanti alla vetrata della torre della televisione, davanti ad un piatto di delicate trigliette stufate coi cipollotti e le fettine di germogli di bambù (vedere da Acquaviva per la ricetta assieme allo splendido post) sui tavolinetti del ristorante girevole. Duecentocinquanta metri più in basso le navi scivolavano lente sul sinuoso nastro azzurro, un vorticoso muoversi senza fine, un insaziabile desiderio di affermazione, di ricerca di ricchezza e di potenza. Oggi in questa città trovi tutto quello che offre il mondo; puoi mangiare il Churrasco brasiliano come bere vino in una Brachetteria, degustando, tra cinesi compiti, il profumato ed unico vino dell’Acquese. Questo incredibile paese sta correndo su di un rollercoaster in continua accelerazione, senza più potersi fermare. Credo che abbia in mano la palla in assoluto e l'unico modo perché questa corsa si arresti, è che si faccia del male da solo.

giovedì 25 novembre 2010

Il Milione 31: Tre fagiani per un soldo.


La Cina, lasciati i picchi innevati delle montagne più alte del mondo ed i deserti sconfinati dell'Asia centrale, diventa una immensa pianura solcata da grandi fiumi. Impetuosi e soggetti a piene devastanti, sono però la fonte di vita di questa terra che percorrono, irrorandola di linfa vitale, base di tutta l'agricoltura e di tutti i commerci. Fino a pochi decenni fa erano assieme, barriere invalicabili e confini netti ma, allo stesso tempo vie d'acqua insostituibili. Il Fiume Giallo divideva da millenni il Catai dal regno di Mangi a sud. Quando arrivi davanti a queste masse d'acqua, quando ne scorgi a mala pena la opposta riva lontana, rimani attonito per la dimensione, per l'impossibilità di passare dall'altra parte ancor prima che il flusso incessante si spezzi negli innumerevoli e popolatissimi bracci di delta sterminati. Anche i piccoli fiumi vicino a Pechino paiono enormi. Ma vediamo come li descrive Marco Polo, quando comincia a muoversi per la Cina come osservatore imperiale nel suo primo viaggio di ispezione.
Cap. 104
E il Grande Kane mandò per ambasciadore Messer Marco per quattro mesi verso Ponente. Quando l'uomo si parte da Cambaluc, di lì a dieci miglia si truova un fiume che va infino al mare Ozeano e quinci passa molti mercatanti. E su questo fiume àe uno molto bello ponte fatto di pietre che al mondo non à uno così fatto, lungo bene 300 passi che vi puote andare dieci cavalieri al lato; e è tutto di marmore e dal capo del ponte àe una colonna di marmore con uno leone e di sopra un altro, molto belli e molto ben fatti e dall'una colonna all'altra è chiuso di tavole di marmore perciò che nessuno possa cadere in acqua, sicch'è la più bella cosa da vedere del mondo.
Forse è questo il ponte descritto da Marco e quando rimanevo a contemplarlo seduto in uno dei ristorantini poco lontano mangiando trote al vapore, il tempo era immobile, mentre lo zefiro scendeva leggero dalle Colline Profumate a riscaldare l'aria della primavera ancor fresca. La cottura a vapore è uno dei grandi settori della cucina cinese, che si serve dei caratteristici cestelli di bambù, da impilare uno sull'altro, ormai ben conosciuti anche da noi, colmi di ravioli, pesci, verdure ed ogni altro ben di Dio, che ordini indicandoli al carrettino di passaggio e ti mangi tranquillo, come le polpettine di carpa insaporite dallo zenzero e dalle salsine di soia o all'ostrica cinese (assolutamente deliziosa, vedere la ricetta di Acquaviva). I grandi leoni di marmo restano a guardia del ponte, severi e attenti, insensibili al passare dei secoli. Ma la strada corre ancora verso sud-ovest.
Cap. 109
E quando l'uomo va verso ponente dal castello di Caitui (Chiang Zhou) per 20 miglia, truova un fiume chiamato Carameran (il fiume Giallo, lo Huang Ho), ch'è si grande che non si può passare per ponte e va infino al mare Ozeano. Quivi son molti mercatanti ed artefici. Nella contrada nasce molto zinzibero e àcci tanti uccelli ch'è una maraviglia, che per uno viniziano danno tre fagiani.

La meraviglia per questo immenso fiume dalle acque limacciose che porta con se tutto il fango strappato dai loss di argilla gialla, sarà ben stata grande, ma un occhio agli affari va sempre dato, soprattutto se di fagiani, cibo pregiato, ve ne danno tre per un soldo. Era giovane il buon Marco, ma mica scemo.

giovedì 18 novembre 2010

Il Milione 30: Vino di riso.


La parte centrale di Pechino, ripete dopo secoli lo schema ordinato, si potrebbe dire da accampamento romano, che ha mantenuto nel tempo, lo stessa che ha visto Marco Polo, che forse anche oggi riconoscerebbe i grandi viali diritti e larghi, in un certo senso sorprendenti per una città il cui progetto urbano risale a quasi mille anni fa.

Cap. 99

...or sappiate per vero che 'l grande Sire à ordinato per tutte le mastre vie, che vi siano piantati gli albori lungi l'uno dall'altro, su per la ripa della via, due passi. E questo acciò che li mercatanti o altra gente no possa fallare la via, quando vanno per cammino e questi albori sono tamanti che bene si possono vedere da la lunga.


Era davvero un piacere, quando ero laggiù, passeggiare per questi ampi viali, dai marciapiedi larghi che alternavano i parchi agli isolati di Hu Tong, le tradizionali case cortile che la rivoluzione non era riuscita a distruggere completamente. Quando già la primavera ed un pallido sole cominciavano a riscaldare l'aria, camminavi più lentamente osservando un mondo in grande fermento intorno a te. me lo sono sempre sentito vicino, il nostro Veneziano, mercante come me, ma osservatore curioso di quel mondo così nuovo e diverso, attento a spiarne differenze e punti in comune, cose positive e difetti. Di certo è la caratteristica mercantile quella che attira di più l'occhio. E' tutto un susseguirsi di negozi, bancarelle, attività commerciali e artigianali, mercati e luoghi di ristoro per soddisfare una folla in ricambio continuo con le sue continue necessità. Le bancarelle dello street food, poi sono dappertutto e sempre affollate di gente che mangia e beve a tutte le ore del giorno e della notte, come è tipico delle città vive. E' tutto uno sfavillar di fuochi sotto i wok anneriti dall'uso e pieni di olio sfrigolante dove saltano pastelle, spaghetti, tocchetti di carne di ogni tipo, fumi e vapori di cotture lente e profumate, odori di spezia, che tanto interessavano a Marco, e fiumi di bevande, bottiglie di liquori tradizionali (magari, per deformazione professionale, io andavo controllando il tappo delle bottiglie più moderne, dei quali avevamo fatto una grande fornitura all'azienda più importante) e piccoli contenitori di terracotta di vino di riso da bere riscaldato o da usare nei tanti piatti proposti, dal pollo dei tre bicchieri ai teneri e profumati bocconcini di manzo con le cipolle, che ci racconta qui la nostra vivandiera Acquaviva, sapientemente aromatizzati da questo alcool morbido e vellutato e da gustare nelle piccole ciotole da tenere in mano, mentre le bacchette pescano nel cibo fumante tentando di afferrarli.

Cap. 100

Ancora sappiate che la magiore parte del Catai bevono un cotale vino com'io vi conterò. Egli fanno una pogione di riso e co molte altre buone spezie e concialla in tale maniera che egli è meglio da bere che nullo altro vino. Egli è chiaro e bello e inebria più tosto che altro vino, perciò ch'è molto caldo.


Piace ai cinesi bere in compagnia, le liriche Tang, da Li Po a tutti gli altri poeti successivi, fanno di questo vino la base della convivialità e dell'amicizia. Quando il mio amico Ping mi portò a casa dei suoi suoceri, parlammo di tante cose, compreso il calcio, argomento in cui noi italiani siamo ritenuti intenditori. Proprio il suocero era appassionato di questo sport e ammirava il nostro paese anche per questo (tutto serve nelle relazioni internazionali, meditate). Bevemmo assieme e quando me ne andai volle regalarmi due contenitori di quell'alcool, non solo bevanda ma spesso, anche simbolo di amicizia. Li ho ancora qui, non ho potuto togliere la ceralacca che li sigillano; mi piacerebbe farlo assieme ancora una volta, perchè questo è il loro senso.




martedì 9 novembre 2010

Il Milione 29: Ecologia in Cina.



Un elemento di discussione e di forte critica verso la Cina di oggi, quando se ne parla con gli amici, è sempre quello che appare come uno dei punti critici dello sviluppo tumultuoso di questo paese e cioè lo scarso rispetto verso le problematiche ecologiche. L'accusa più frequente di chi, a mio parere, conosce poco questo mondo, è che, per non rallentare la crescità, si scelga artatamente, quasi con bieca malizia orientale, una via completamente disinteressata degli aspetti ambientali.


Intanto ha veramente poco senso che questa critica provenga proprio da chi ha inquinato a man bassa i propri paesi e il mondo intero senza curarsi di nulla, cementificando inoltre tutto il possibile. Come si può pensare che i cinesi accettino lezioni da costoro, che dopo aver compiuto ogni malefatta possibile in questo settore per garantirsi consumi esagerati, impongano una morale a chi esce dalla fame e dalla miseria, dicendogli: - Sei un infame se non capisci che devi rinunciare anche ad avere un frigorifero, perché se no mi inquini il mio pianeta.-


Questa sorta di giustificazione dell' Inferior stabat agnus, viene subito mal digerita psicologicamente da un popolo, per altro assolutamente pragmatico, che nella realtà, sta diventando invece assai sensibile a queste problematiche, che cerca di affrontare in modo sostenibile con un disegno tutto sommato di successo, che vuole condurre un quarto della popolazione mondiale ad uno stile di vita simile a quello giudicato oggi, come il migliore per il benessere della gente. Il fatto di essere un sistema totalitario poi, aiuta parecchio in questa direzione, infatti certe decisioni vengono prese con estrema rapidità e dimostrano efficacia immediata. Per esempio si stanno piantando con successo miliardi di alberi in tutta la fascia predesertica del nord. Una decina di anni fa si rilevò come grave, il problema della cosiddetta white pollution, l'enorme quantità di vaschette di polistirolo in cui veniva fornito lo street food per il pranzo di centinaia di milioni di persone, poi regolarmente abbandonate in strada. Bene queste vaschette furono abolite con un mese di tempo per esaurire le scorte e dopo 30 giorni, sono scomparse completamente, con approvazione del sentire comune.


Da noi il problema dei sacchetti di polietilene si va discutendo da quasi un decennio senza soluzione. In un mese, sempre per decreto, sono scomparse certe camionette-taxi che ammorbavano Pechino con i loro pestilenziali scappamenti e così via con molti esempi che danno un'immagine che raffigura un paese meno insensibile a questi problemi di quanto sembri. Naturalmente il punto chiave è che lo sviluppo così dirompente del paese ha bisogno di una quantità fortemente crescente di energia. In questo i Cinesi lavorano in tutte le direzioni, che naturalmente sono tutte criticabili, dall'idroelettrica alle altre rinnovabili, all'accaparramento di gas e idrocarburi in tutto il mondo, al nucleare, tenuto per ultimo, perché i cinesi saranno inquinatori ma non scemi e hanno individuato questo sistema come il più caro e contemporaneamente il meno gestibile, per un paese privo di uranio. E' quindi logico che però, per il momento non riescano a rinunciare al combustibile di cui sono più ricchi e che per la prima volta viene descritto da Marco Polo.


Cap. 101


Egli è vero che per tutta la provincia del Catai àe una maniera di pietre nere, che si cavano de le montagne come vena, che ardono come bucce e tengono più lo foco che no fanno le legna. E mettendole la sera nel fuoco, se elle s'aprendono bene, tutta la notte lo mantengono. E per tutta la contrada del Catai no ardono altro, bene ànno legne, ma queste pietre costan meno e sono di grande risparmio.


Come si vede, niente di nuovo. Certo immaginatevi le risate che si facevano i rubizzi Veneziani ad ascoltare queste supposte fantasie di un Marco che raccontava di braceri pieni di queste pietre nere che, nei mercati, bruciavano sotto le grandi pentole piene di gamberi di fiume, chiaro sintomo di buona qualità dell'ambiente. Li trovi ancora oggi questi you bao xia sempre ottimi (soprattutto se cucinati alla maniera di Acquaviva), nonostante tutto e malgrado l'ansia di benessere di questo quinto dell'umanità.

giovedì 28 ottobre 2010

Wáng Bā Dàn


I cinesi son persone come tutte le altre nel mondo e di certo fanno le stesse cose avendo le stesse pulsioni, ma la loro cultura, da secoli è intrisa di una incredibile pruderie, che nei modi e soprattutto nel linguaggio respinge in maniera decisa ogni forma di supposta volgarità che, come in molti altri campi, offenda il generale senso di equilibrio e di armonia. Così è inutile cercare sui vocabolari, per mettersi in pari con la lingua, espressioni volgari o anche semplici parolacce per trovare un contraltare alle nostre maniere ormai comunemente sboccate. Niente four letters words, forse neanche esistono e il mio amico Ping, nei primi anni che frequentava il nostro paese era assolutamente inorridito dal fatto che le nostre più gentili signorine avessero sempre in bocca quella parola di 5 lettere che fornisce ormai un nostro comune intercalare.


Ma allora come si fa, possibile che un popolo sia così dotato di autocontrollo da negarsi anche una semplice imprecazione o non riesca a descrivere una situazione scurrile che poi pratica come tutti, comunque assai volentieri? Ecco che spunta l'intelligenza e quindi all'espressione volgare viene sostituito un giro di parole edulcorato che lo descriva. Ecco dunque nel Sogno della camera rossa (vedi qui) che l'azione clou del sesso, viene detta il gioco della pioggia e delle nuvole e così via. Tuttavia è un po' come rincorrersi tra doping e antidoping, ogni espressione ingentilita, diventa subito, dato il suo significato, volgare e impronunciabile da chi si considera educato e il famoso libro che la conteneva è visto come licenzioso e inadatto alle signorine. Dopo tanti anni il mio amico Ping si è completamente italianizzato però e ogni tanto qualcosa gli scappa, se pur a malincuore, così quando all'indirizzo di un auto che gli aveva tagliato malamente la strada se ne uscì con uno stentoreo Wáng Bā Dàn! se pure inudibile all'esterno dell'auto, capì di averla fatta grossa e si dimostrò reticente alla mia richiesta di spiegazioni.

Vi assicuro niente prurigine, soltanto un sano desiderio di approfondimento glottologico. I tre ideogrammi sono assolutamente semplici e di facile lettura. Il primo Wáng 王, lo abbiamo già esaminato qui, significa Re o insegna reale, il secondo Bā 八, è il semplice numero 8, il terzo Dàn 蛋, significa Uovo, Ovoidale. Dunque? Intanto i primi due assieme significano L'animale che ha 8 insegne reali (piastre) e cioè la tartaruga, ben riconoscibile dal suo carapace che contiene 8 scudetti. Allora Uovo di tartaruga, trasformato in volgarissimo e impronunciabile insulto. Beh , se me lo consentite, ma si tratta di studio, significa semplicemente "stronzo", ma come mi ammonì subito Ping con il dito puntato con severità: "Però tu non dire mai!".

martedì 26 ottobre 2010

Il Milione 28: Ammassi e meritocrazia.



C'era un ristorante proprio a fianco della Città Proibita dove mi portava spesso il mio amico Ping, che serviva piatti tradizionali, anche lì adesso fanno un po' di fuffa su come si mangiava bene una volta, tutto il mondo è paese, ma le polpettine di maiale che nuotavano in un sughino denso e saporitissimo, andavano giù come l'olio (date un'occhiata alla ricetta da Acquaviva), mentre una cantante sul palco miagolava antichi motivi dell'opera di Pechino. Certo Marco Polo sarà stato quasi sempre a corte, quindi si sarà abituato a piatti più raffinati, dopo che il suo nuovo Signore gli aveva affidato incarichi importanti che gli permetteranno di girare l'Asia in lungo e in largo, intanto ci descrive molte delle istituzioni di quel mondo, sorprendentemente moderne, a partire dal sistema postale, che contava oltre 10.000 stazioni, di tre miglia in tre miglia, in tutto l'impero, con cambi di cavallo talmente rapidi da ridurre ad un decimo i tempi di consegna rispetto alle normali carovane. Ma non solo, il Gran Khan aveva istituto anche una sorta di assicurazione per proteggere il paese alle carestie.

Cap. 98


Sappiate che il Grande Sire manda messaggi per tutte le province per sapere s'egli hanno danno di loro biade o per difalta di tempo o di grilli o per altra pistilenza. E s'egli truova che alcuna sua gente abbia questo dannaggio, no gli fa torre alcun tributo, ma fagli donare di sua biada acciò ch'abbiano da seminare e mangiare. E questo è un grande fatto di un signore a farlo.


Certo è stupefacente questa comprensione dei problemi del popolo da parte di un supposto barbaro mongolo dedito solo alle conquiste ed ai saccheggi. Ma non basta, si dovevano anche prevenire i problemi e regolamentare il mercato.

Cap. 102


Quando è grande abbondanza di biade, il Sire ne fa fare molte canove d'ogni biade, come di grano, miglio, panico, orzo e riso e falle sì governare che non si guasteno, poscia quando è il grande caro, s'il fa tirar fuori. E tienlo talvolta 3 o 4 anni e fa 'l dare per lo terzo o per lo quarto di quello che si vende comunemente e in questa maniera non vi può essere grande caro.

In pratica il classico sistema degli ammassi praticato dai Consorzi agrari per regolamentare le punte di prezzo, evitando così le speculazioni del mercato. Tutto controllato efficacemente da schiere di funzionari imperiali e di ministri efficientissimi, scelti attraverso i micidiali esami da Mandarino che si tenevano nella capitale una volta all'anno, con una selezione durissima che promuoveva alle più alte cariche della amministrazione dello stato solo le eccellenze e i più capaci, sia che fossero rampolli nobili o figli di contadini delle più lontane province, secondo la tradizione confuciana. E' incredibile, pensate che rozzo barbaro, decidere di scegliere come ministri solo i più meritevoli e capaci, solo chi dimostrasse di essere davvero il più bravo! Cose di altri tempi, per fortuna oggi le cose sono cambiate e il progresso ha indicato altri meriti. Il Gran Khan era soltanto un capo tribù mongolo che pretendeva di far funzionare il suo impero, convinto che questo aiutasse la gente a stare meglio, della corruzione, poi non si preoccupava troppo, tanto quando ne beccava uno che faceva la cresta sugli appalti pubblici, zac, c'era sempre il supplizio delle mille morti.

mercoledì 20 ottobre 2010

Cè suǒ.


Torniamo ad esaminare una parola formata da due caratteri e di uso comune in Cina. Leggete con attenzione il post perché vi sarà utilissimo quando vi troverete da soli in una qualunque parte della Cina in condizioni di averne bisogno. Dunque partiamo dall'ideogramma di destra Suǒ - 所 (come avrete ormai capito si comincia sempre dalla parte finale che è quella più importante per definire il senso della frase o della parola come in latino), che è molto comune e si trova in moltissime parole complesse. E' formato da due ideogrammi semplici; quello di destra è la stilizzazione di una scure, mentre l'altro significa Porta, Stipite come si immagina vedendo il segno di quella che potrebbe essere una piccola cerniera fissata alla ciambrana. Quindi definisce una zona specifica: quella davanti alla porta dove si spacca la legna per l'inverno ed ha assunto il significato generico di Luogo, Posto, Edificio. Ma è l'ideogramma di sinistra quello assolutamente più divertente e geniale: Cè - 厕.



E' infatti composto da tre parti. Quella esterna fatta da due linee grossolanamente disposte ad angolo retto che raffigurano l'idea di una sommità, con una sporgenza da cui ci si sporge nel vuoto sopra un abisso; al disotto di questa, abbiamo un gigantesco occhio su un collo teso e al fianco la stilizzazione di una lama. Dunque ci siete arrivati? Mettiamo tutto assime. Un luogo dove da una posizione che si sporge su un buco di cui non si scorge il fondo, si sta con l'occhio sbarrato dallo sforzo mentre una lama (forse di dolore) ti trafigge. Ma benedetta gente è il Luogo del Bisogno. Più prosaicamente il Gabinetto. Qualcuno interpreta l'occhio sbarrato (che mi pare assolutamente più pittografico e pregnante), come una conchiglia, la prima forma di moneta, non il bidet, sconosciuto da quelle parti, in quanto alcuni di questi luoghi potevano essere a pagamento, ma mi pare una spiegazione più tirata per i capelli. La cosa ancora più curiosa è la sua pronuncia, appunto Cèsuo quasi identica a Cesso, cosa che vi aiuterà a ricordare il termine al momento appunto del bisogno. E non ditemi che questo non è un blog di servizio.

martedì 17 agosto 2010

Il Milione 24: Guerrieri e ravioli.

La carovana dei Polo è in marcia da quasi tre anni, anche se noi che la seguiamo a sprazzi, solo da qualche mese, ma l’ansia di arrivare alla metà, doveva essere grande nel giovane Marco, man mano che Cambaluc, l’odierna Pechino, si avvicinava. Ormai percorrevano le strade sicure del Catai, ben protette dagli uomini del Gran Khan e il nostro narratore comincia a raccontare abitudini e fatti riguardanti quello che sarà il suo protettore per i futuri due decenni.

Cap. 68

…e dovete sapere che tutti li Grandi Kani sono sotterrati a una montagna grande e tutte le gente incontrate per quello viaggio dove si porta il morto, sono messi a le spade e uccisi. E dicongli:” Andate a servire lo vostro signore ne l’altro mondo”. E così uccidono gli cavagli, e pure li migliori, perché ne abbia ne l’altro mondo.

Questa supposta tradizione di seppellire uomini e animali oltre che arredi, per l’utilità del re nell’aldilà, comune a tante culture a partire dagli Egizi, potrebbe essere stata più teorica che effettiva e rimanda alle tombe degli imperatori che fin dal 200 A.C. avevano a corredo oltre che ricchissimi arredi, i famosi eserciti di terracotta. Di questo avrà di certo sentito parlare il nostro Marco, transitando dal terminale della via della seta, l’odierna Xi An, l’antica capitale dell’impero Tang, allora denominata Chang An.

Qui, da migliaia di anni si elevano i grandi tumuli che nascondono le tombe inviolate degli antichi imperatori e solo per caso è stata riportata alla luce quella che è una delle meraviglie archeologiche della Cina, il più grande esercito di statue a grandezza naturale (anzi un po’ di più) oggi conosciuto. Oltre diecimila pezzi diversi, allineati in file da quattro, in marcia verso l’eternità per accompagnare l’imperatore nell’ultima battaglia. Ricordo ancora la grande emozione che provai, osservando quella schiera silente, cavalli, soldati, ufficiali dagli occhi severi e determinati nel loro ultimo compito. Raffinata cultura di secoli, da cui i barbari mongoli invasori furono immediatamente affascinati e a loro volta conquistati, facendola poi propria e arricchendola con le loro tradizioni. Nell’arte, nella letteratura così come nella cucina. Parleremo un’altra volta degli splendidi banchetti di Kubilai Khan, ma di certo uno dei punti topici di questa, è rappresentata dai ravioli, che si dice proprio Marco abbia poi portato in Italia, di cui si trovano le prime tracce proprio alla fine del 1200.

Molti sono anche oggi i ristoranti in Cina che fanno di questo piatto (chao zi) il loro punto di forza, ma quello che provai io, proprio a Xi An, dopo aver percorso la sua straordinaria cinta di mura, che di certo impressionò la nostra carovana, fu di particolare interesse. Anche se ho scordato il nome del locale, mi è rimasta invece ben scolpita nella memoria la serie di 50 tipi differenti di raviolo, serviti in serie di 5, ognuno con diverse carni, seguiti da quelli di pesce e ancora da quelli alle verdure, per terminare con quelli dolci. Un caleidoscopio di sapori, da far passare in secondo piano lo spettacolo che si svolgeva sullo sfondo. Certo diversi dagli agnolotti di stufato o dai pansotti alla borragine, ma provare ad apprezzare i gusti altrui e anche un buon inizio per riuscire a capire i più diversi ed all’apparenza inconciliabili punti di vista.

martedì 3 agosto 2010

Il Milione 23: Latte di cammella.

Se avrete la ventura di andare a Pekino, non perdetevi il mercato delle cose vecchie, una specie di bazar di rigattieri e cineserie a sud della città nei pressi del terzo anello, aperto il sabato e la domenica mattina. Io ci andavo spesso e vi assicuro che è una vera delizia perdere qualche ora tra le centinaia di bancarelle o tra le merci esposte per terra. Ci troverete un po’ di tutto, dai memorabilia maoisti, compresi fumetti d’epoca, alle pietre dure, ai materiali tibetani e di varie minoranze, bronzetti, ricami e naturalmente ceramiche, inclusi i classici vasi cinesi.

Naturalmente non illudetevi di trovare roba antica, ma curiosità e oggetti simpatici, sicuramente, inclusi fogli di carta su cui maestri calligrafi con grandi pennelli esercitano la loro arte. Una cosa noterete di sicuro, che la maggior parte dei banchetti è gestito da donne, decise e tignose nella difficile arte della contrattazione. Tutto questo deve far parte di un costume antico, tanto che il nostro Marco Polo lo registra puntualmente, quando comincia a descrivere i costumi dell’immenso territorio dell’impero in cui la carovana è appena entrata.

Cap. 68

…e sì vi dico che le loro femmine vendono e comprano e fanno tutto quello che alli loro mariti bisogna, però che gli uomini non sanno fare altro che cacciare e uccellare …

Questo fatto che le donne mongole e cinesi si occupassero di commercio, cosa tipicamente maschile per l’occidente, deve averlo lasciato assai perplesso, ma è solo una delle tante differenze di costumi a cui deve cominciarsi ad abituare e che comincia fedelmente a registrare nel suo racconto. Ecco infatti che subito dopo, la vita seminomade delle grandi tende mongole, ci compare identica a quella che si può vedere ancora oggi.

…li Tartari dimorano lo verno in piani luoghi ove ànno erba e paschi per loro bestie, d’estate in luoghi freddi ov’è acqua. Le case loro son tonde e coperte di feltro e portallesi dietro in ogni luogo ov’egli vanno ch’egli ànno ordinate sì bene le loro pertiche che troppo bene possono portarle leggermente e rifarle. E ànno carrette coperte di feltro nero che, per che vi piova suso, non si bagna nulla che entro vi sia. E fannole menare da camegli e ‘n su pongono loro femmine e fanciugli. Vivono di carne e di latte di giumente e di camegli.

Chissà quanto se ne sarà bevuto di kefir, di kumis nelle varie lavorazioni tradizionali e soprattutto di latte di cammella che sembra proprio la specialità della zona. Io invece questo famoso latte avrei dovuto berlo proprio quando da quelle parti non ci ero andato. Infatti, quella volta era toccato a due miei colleghi volare a Chimkient in Kazakistan, terra dove le facce squadrate degli abitanti raccontano bene il passato dominio mongolo. Io invece, a casa a guardia del fortino. Pare che i due poveretti abbiano dovuto trangugiare una tale quantità del bianco liquido dall’odore (non lo definirei profumo o aroma) caratteristico e deciso, che vollero a tutti costi non privarmi dell’esperienza e misero in valigia una bella bottiglia piena del prodotto cammelligeno.

Il piano era che, essendoli, io stesso andati a prenderli all’aeroporto, avrei dovuto, seduta stante, appena sbarcato, gustare il prezioso liquido dalle molteplici proprietà benefiche, anche se allora non aveva ancora preso piede il consumo di latte crudo. Così assieme aspettavamo ansiosi la valigia maledetta che finalmente comparve sul nastro trasportatore, con grande giubilo dei miei “amici”. Tuttavia si notò subito che intorno al bagaglio una vasta chiazza biancastra stava allargandosi velocemente. La valigia fu presa al volo mentre schizzi di colaticcio puzzolente ammorbavano i vicini che invano tentavano di scostarsi.

Purtroppo la bottiglia dotata di un tappo di scadente qualità aveva disperso tutto il suo contenuto, contaminando irrimediabilmente i vestiti ed in particolare un bellissimo colbacco di visone appena acquistato che dovette essere buttato assieme a tutto il resto. Il confezionatore della bottiglia, che non era il proprietario del colbacco, non fu mai più perdonato. Per quella volta, con grande rammarico, dovetti rinunciare all’esperienza.

mercoledì 28 luglio 2010

Il Milione 22: Cornuti e contenti.

Traversare le sconfinate praterie della Mongolia, popolate di pastori, di yurte e di immense mandrie di bestiame, fermandosi qua e là a gustare le carni delicate degli agnelli che vi pascolano (date un'occhiata alla ricetta di acquaviva), deve essere stato per i Polo un po' un ritorno alla civiltà, ma una civiltà completamente diversa da quella a cui erano abituati. Nuovi popoli e nuovi abitudini, magari difficili da capire, anche se in certi casi possono venire subito apprezzate, in particolare dal mercante, personaggio astuto e interessato ai guadagni, ma a cui, la lontananza da casa, fa spesso affiorare il suo lato più debole, in cui a volte induce e che rappresenta il suo tallone d'Achille: la femmina. Infatti vediamo il nostro Marco, ormai quasi ventenne e quindi sensibile a questi aspetti, lasciare la descrizione delle occasioni d'affari, delle merci pregiate e sconosciute che vengono man mano a disposizione, per lasciarsi andare a considerare le abitudini delle nuove genti incontrate a nord della muraglia.

Cap. 58

E se alcuno forastiere vi va ad albergare, questi uomini sono assai allegri e comandano alle loro mogli che li servano in tutto loro bisogno; e il marito si parte di casa e va a stare altrove due dì o tre e 'l forastiero rimane colla moglie e fa con lei quello che vuole e stanno in grandi sollazzi. E in questa provincia son tutti bozzi (cornuti) delle loro femmine e nol si tengono a vergogna; e le lor femmine sono belle e gioiose e molto allegri di questa usanza.

Anche senza porre in risalto l'allegrezza delle femmine in questione, come potremo ben vedere anche in seguito, questi aspetti delle occasioni di vita del mercante, non vengon sottovalutati, come direbbe lo stesso Marco, né punto, né guari, anzi fanno parte della guida di viaggio e van considerate, per chi ne è interessato, come opzioni da registrare. Ricordo a questo proposito il mio vicino di fiera, un cinese pacioso e grasso che, a Shanghai, mentre ci sorbivamo un delizioso thé Oolong, mi consigliava: - You have to test Mongolian girls, because they smell of cheese.- stringendo ancora di più le fessure degli occhi e con un sorriso beato sulla faccia rotonda.

Tuttavia, se le abitudini sono diverse, tutto il mondo è paese e in ogni luogo c'è la sicumera spocchiosa di essere gli unici a produrre e a lavorare, mentre altrove si vien mantenuti a suonare il putipù, il tricchetracche e a ballare la tarantella. Dopo averli classificati nella categoria dei cervidi, infatti non rimane che rimarcarne la natura di nullafacenti.

Cap. 58

...Vivono de' frutti de la terra e àn da mangiare e bere assai. Sono uomini di grande sollazzo che non attendono se non a sonare istrumenti e in cantare e ballare...

mercoledì 21 luglio 2010

Il Milione 21: Fibra d'amianto.


Dunque riprendiamo la carovana dei nostri amici Polo che, dopo aver lasciato Kashgar, si trovano davanti all'immenso deserto del Gobi, dove tutto è limitato e difficile e nei bivacchi tra le dune si saranno accontentati di carne secca e al più insalate di cavoli, avendo come unici compagni, i soli animali che possono affrontare questi spazi al limite della vita.

Cap. 56

...e qui àe l'entrata de lo grand diserto di Lop (Gobi) e è tamanto che si penetrerebbe a passare bene uno anno, ma per lo minore si pena lo meno a trapassare uno mese. Egli è tutto montagne e non avvi nulla da mangiare e molti uomini ne sono già perduti e questo gran diserto del sabion si traversa co' camegli.

Non c'è nulla di più affascinante e di più terribile dei deserti. Oggi ti ci puoi avventurare in auto e con ogni genere di sicurezza, eppure, se lasci il mezzo, se ti allontani pochi passi e superi la prima
duna, ti apri ad un nuovo orizzonte e non vedi più dietro di te la pista, ecco, ti senti subito perduto, si insinua dentro l'ansia di non ritrovare la strada, di non uscirne più. Oppure ti siedi e rimani a contemplare quell'immensità di onde di sabbia che si perdono lontane, ti confondi nel cangiare dei colori che le dipingono, diverse ad ogni ora del giorno, ti fai sommergere dalla mancanza di confini, dall'assenza di tutto. Non puoi non essere travolto da un assieparsi di sentimenti contrastanti, stupore per la bellezza, timore per l'assenza di vita, rispetto per il mistero di un ignoto che pure vorresti, scoprire, penetrare, conoscere.

Io sono sempre stato morbosamente attratto da questo ambiente all'apparenza ostile all'uomo e quando ho potuto, ho cercato di avvicinarmi, fossero le dune del deserto islandese, il reg sassoso algerino o il deserto di roccia egiziano, la sabbia infinita dell' erg di Zagora in Marocco, il rosso cupo del Namib, il giallo intenso del Rub-al Khali arabico o della Death Valley, il Tar indiano terroso o quelli dove sono solo arrivato ai margini come quello di Gibson in Australia o proprio il Gobi così ben descritto da Marco, come sempre in maniera essenziale e mercantile, perché anche qui non manca di segnalare cose utili, sfatando con concretezza chiacchiere e leggende.

Cap. 59
...quivi àe una vena onde si ha la salamandra che non è bestia come si dice, ché neuno animale puote vivere nel fuoco, ma da la montagna si cava e fa fila come di lana; poscia la si fa seccare e lavare e la terra si cade e rimane le file come di lana e si fanno panno da tovaglie che si pongono nel foco e divengono bianche come neve. Queste sono le salamandre e l'altre sono favole...

Ecco trovato e descritto anche l'amianto, che evidentemente ben si conosceva già allora. Il deserto metterà pure paura, ma gli affari sono affari.




mercoledì 31 marzo 2010

Il Milione 6: Morti a Venezia.

E già, i due fratelli pensavano di farsi un salto ad Acri, mandare la missiva al Papa e tornare al più presto, che il mercante non ha mica tempo da perdere, chì se lavùra e il Gran Cane mica sta lì ad aspettare con la gente di tutto il mondo che va a fargli visita e ti frega qualche bel contratto. Invece il destino è lì che ti aspetta; arrivano in Terrasanta e la notizia fresca fresca che ricevono è che il Papa è morto e tocca aspettare che ne facciano uno nuovo.
Cap. 9
Li due frategli, udendo ciò pensarono di andare in questo mezzo a Vinegia per vedere loro famiglie e quivi trovò Messer Nicolao che la sua moglie era morta e erane rimasto uno figliolo di 15 anni ch’avea nome Marco e li due ristettero a Vinegia due anni aspettando che lo novo papa li chiamasse.

Pensate un po’ per due giramondo così, rimanere rinchiusi in città, immaginiamo zitti zitti a non raccontare nulla di quanto era loro occorso per non farsi soffiare le opportunità, si direbbe oggi e intanto a far piani per i futuri affari, cosa importare, cosa portare laggiù, da che parte tirava il mercato, magari accogliendo in città vecchi clienti con cui intessere nuovi rapporti di affari con le merci che si prevedeva di portare a Venezia a miglior prezzo. Chissà come, questa città ha mantenuto fino ad oggi un aura magica per tutti gli stranieri, siano Russi, sian Cinesi, la prima cosa che volevano andare a venere, arrivati in Italia e comprati alcuni paia di scarpe, era proprio la città della laguna. Mi ricordo che un anno ci sono andato ben undici week end ad accompagnare delegazioni composte da stanchi bietoloni e sognanti accompagnatrici che fremevano alla vista del Canal Grande. Avevo un giro fisso, tagliando per zone meno affollate e finendo invariabilmente in Piazza San Marco dove la comitiva non poteva che rimanere a bocca aperta davanti al duomo ed allo splendore della piazza. Le femmine si giravano attorno con occhi sognanti e mi lanciavano un languidissimo -spassiba Enrico- mentre illustravo loro l’armonia delle alternanze di vuoti e di pieni nelle ombre della facciata e nelle scansioni ordinate delle finestre sansoviniane, appoggiandosi turbate al mio braccio, mentre i vari presidient di turno annuivano col capo e grugnendo chiedevano dove stava il Danieli. Finivamo in quella meravigliosa hall a prenderci un aperitivo e tutti rimanevano basiti dai sapori d’Oriente che scivolavano lungo i mosaici e le arcate moresche. Questa città ha sempre fondato la sua fortuna su queste commistioni tra Europa e Asia, sulle occasioni e le ricchezze che offrono la mancanza di frontiere e l’apertura alle diversità del mondo. Che mondo fantastico allora, gente che percorreva tutto il Mediterraneo senza barriere, le idee giravano e si rinvigorivano in un fermentare sano e produttivo e privo di paure. Non avrebbero attecchito allora certe idee che portano solo a chiusure capaci di ottundere ogni vigore, a tagliare le opportunità, a rimanere soltanto col puzzo di fogna che sale dai canali e ingombra le menti. Il camminare per calle e callette segrete e poco popolate non deve essere però cambiato rispetto ad allora e la nebbiolina condita di odore di acqua morta di certe giornate di novembre sarà rimasto lo stesso che vedeva il giovane Marco, che sognava di seguire padre e zio, non appena avessero avuto notizie buone dal Conclave in atto. Chissà cosa mangiavano i Polo, certamente piatti ricchissimi di spezie (per attutire la puzza delle carni mal conservate), che tra l’altro erano appunto uno dei business migliori dell’epoca, ma di questo di certo ci renderà edotti la brava Acquaviva che ha postato qui un vero e proprio trattato di cucina veneziana del 1300 a cui vi rimando per la memorabile ricetta del Savore rinforzato perfecto per polastri e caponi. Io invece me li portavo sempre in qualche trattoria tipica, i miei ospiti, cercando di sgusciare alla meglio tra i siluri che i ristoratori lagunari sono abituati a tirare ai mercanti di passaggio. Mi ricordo una volta il mio capo, che portò tre pezzi grossi in un grazioso localino, strizzò l’occhio al cameriere dicendogli:”Mi faccia fare bella figura” e quando dopo il trionfo di pesce chiese il conto, eravamo nel ’95, gli arrivò un fogliettino scritto a mano con su Lit. 1.800.000 per sei persone. Diede del ladro matricolato al gestore, sorridendo continuamente per non farsi capire dai russi che scolavano gli ultimi calici di Cartize dandosi gran pacche sulle spalle, ma in risposta ebbe solo un allargar di braccia e un: “Me gaveva dito de farle far bela figura…” e subito fu trascinato sulla gondola dove già attendeva il mandolinista

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domenica 28 marzo 2010

Il Milione 5: La Cina è vicina.

Spesso gli affari nascono per caso da incontri fortuiti, come quella volta che un tizio malmesso entrò dalla porta dicendo che voleva fare lo champagne e noi invece di cacciarlo a calci lo stemmo a sentire e si firmò il contratto più grosso della nostra storia. Così i fratelli Polo che da tre anni facevano flanella nelle taverne di Bukhara in attesa di qualche buon affare, incontrano per caso due ambasciatori del Grande Cane…


Cap.4

…e quand’essi vidono in questa città i due frategli, fecionsi grande meraviglia perché mai non aveano veduto niuno latino e dissono loro s’eglino voleano venire al loro Signore e egli li porrebbe in grande istato. Li dui frategli risposono: “Volontieri”.


Par quasi di sentire il manzoniano “e la sventurata rispose”, invece i Polo pescano il jolly della loro vita, perché dopo un anno di viaggio arrivano a Cambaluc, l’odierna Pechino, dove Kubilai Khan, nipote di Gengis ha ormai conquistato la Cina e fissato la capitale del nuovo regno e della nuova dinastia, gli Yuan. Giunsero nella città in un periodo straordinario, molto simile a quello attuale, quando la Cina stava diventando una grande potenza e si apprestava a diventare il paese dominante di tutto l’oriente, fondando le sue fortune sulla apertura agli scambi. Certamente i fratelli rimasero colpiti dalla ricchezza e dai fasti della città proibita che sorgeva nello stesso posto di quella odierna ma quello che sicuramente fece loro capire le potenzialità di quel contatto era la enorme possibilità di scambi e di commistione di culture diverse. Qui si radunava tutta l’Asia, lingue, religioni e scienze diverse si confrontavano liberamente e lo stesso Kubilai era affascinato dai saperi del resto del mondo. Par di vederli i Polo nelle taverne del quartiere dei mercanti, a mangiar ciotole di pollo coi funghi, armeggiando con le bacchette come me la prima volta, mentre i vicini mostravano loro l’uso corretto, allo stesso modo di un signore con spessi occhiali e giacchetta blu di Mao, frequentissima all’inizio dei ‘90, che a gesti mostrava a me e a mia moglie come porre indice e medio sotto, serrando col pollice e facendo presa col movimento dell’anulare. I pezzetti di fungo, cosparsi di salsa al glutammato scivolavano via come scaglie di sapone, tra i sorrisi compiacenti dei vicini. Adesso acchiappo anche le arachidi, ma che fatica. Ma non voglio scendere in particolari, se volete saperne di più sulla zuppa di pollo di Bei Jing (che non è questo semplice pollo e funghi) date un'occhiata alla ricetta originale da Acquaviva che, più che la nostra vivandiera è una vera e propria filosofa della cucina. Se oggi andate in Cina, sarete assediati continuamente da persone che vogliono saper della vostra terra, delle cose più belle che producete, delle vostre abitudini; avvertirete sicuramente da parte dei vostri interlocutori un senso di quasi inferiorità che li fa desiderosi di osservare e di imparare.


Cap. 6

..Il grande kane gli fece gran festa e dimandogli dello imperatore, di sua vita e di sua iustizia e del Papa, de la chiesa di Roma e di tutti i fatti de’ cristiani. I due frategli risposero bene e saviamente siccome savi egli erano e bene sapeno parlare tartaresco.


Insomma da bravi mercanti lo imbambolano e in breve li rimanda indietro.


Cap.7

Allotta Lo Signore fece le carte bolate che potessero venire per questo viaggio e impose gli l’ambasciata dicendo al Papa che gli mandasse 100 uomini savi che sapessero le 7 arti e che sapessero mostrare per ragione come la cristiana legge era la migliore e gli recassero anche de l’olio de la lampada ch’arde al sepolcro in Gerusalemme.


La Cina ha sempre avuto una grande disponibilità ad ascoltare, ma vuole essere convinta con la ragione e coi fatti e non con le parole. E’ un grande errore sottovalutarla e trattare con sufficienza il loro lavoro, disconoscendone i meriti e le potenzialità. Saranno nostri spietati avversari commerciali e ignorarli o pensare di poterne fare a meno sarebbe un tragico errore. L’autoesclusione alla torta più ghiotta dei prossimi decenni sarebbe un colpo mortale alla nostra esangue economia. Così i fratelli, che invece capiscono bene quale occasione si è loro presentata, se ne partono a cavallo e in tre anni se ne tornano a casa per preparare il business della vita, ma qui li aspetta una sorpresa.


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sabato 27 marzo 2010

Il Milione 4: Bukhara e dintorni.




Avevamo lasciato i due buoni fratelli ad attraversare lande desertiche dove la brama di conoscenza e la voglia di andare alla fonte per fare affari migliori li spingeva. Erano in fondo terreae incognitae solo per loro, perchè lungo questa via c'era da sempre un flusso di mercanti che portava merci nelle due direzioni. Dunque eccoli al ritmo lento della carovana passare a nord del Caspio ed inoltrarsi nell'Asia Centrale che a quei tempi era assai meno periferica di quanto non lo sia oggi. Un crocevia di merci ricco e relativamente popoloso.
Cap. 4
Quando ebbono passato in ponente overo il diserto, vennero ad una città
ch'ha nome Bakkara, la più grande e la più nobile del paese e non potendo
passare più oltre dimorònvi tre anni.

Io ci sono stato sette anni fa, mi è sembrato che lì il tempo fosse ancora fermo a quei tempi, cristallizzato in un calmo oblio in attesa di qualche cosa che sarebbe dovuta accadere. Da una cinquantina di anni la città era stata conquistata da Gengis Khan ma aveva mantenuto il suo ruolo di centro di scambio e certamente allora c'era più vivacità e movimento. Il bazar era il fulcro di tutto. Enorme costruzione di mattoni rossi dalle volte alte, sotto le quali era bello indugiare al riparo della calura insopportabile dell'esterno. Era la fine di maggio e c'erano almeno 40° C, ma nei larghi corridoi del bazar non pareva di sentirli, grazie ad un gioco di correnti che il sapiente architetto aveva previsto. Trattai a lungo un tappeto che era stato usato come porta di una yurta e non mi resi conto che era più forte il piacere di stare lì a chiacchierare col venditore che non quello di portarmi a casa l'acquisto bene impacchettato e avvolto da un sottile spago di rafia. Rimasi poi a sorbirbi un buon thé ad un tavolino di un locale semideserto, immaginando il brulicare di vita e di mercanti che sedevano lì otto secoli prima. A sera, quando la temperatura sembrava concedere un poco di tregua, era così piacevole camminare attraverso questa città sentendo il suono antico dei propri passi che calpestavano le vie lastricate di storia, immobili come le vecchie botteghe da cui uscivano sentori di spezie e dalle quali, ogni tanto pareva di scorgere il musetto curioso di qualche pantegana a ricordo e monito che lì la peste è ancora endemica e presente, soltanto bloccata dagli antibiotici e non più prepotente e anch'essa vogliosa di andarsene a vedere il mondo a fare il suo mestiere di controllore dell'aumento demografico. Tre anni rimasero, a consolidare conoscenze ed a capire che verso est c'era ancora tanto da scoprire, tanti affari da fare. Tre anni ad aspettare una buona occasione che arrivò finalmente un giorno quando, forse mentre in una locanda erano intenti a mangiarsi un tradizionale plov, incontrarono casualmente, come capita a volte tra viaggiatori, un gruppo di ambasciatori del Grande Khane. Forse simpatizzarono, davanti ai piatti di riso fumante, risero e bevvero molto guardando le danzatrici che si muovevano per loro, seduti su morbidi tappeti e forse dopo una notte di bagordi, li invitarono ad andare con loro. C'era qualcosa di magico in quel plov che smosse le loro viscere (e vi assicuro che capita tuttora, quindi attenzione a non rimanere senza Bimixin) e li convinse a seguire la carovana il giorno dopo. Intanto, se anche voi volete provare le stesse sensazioni andate a curiosare nel carro delle salmerie che ci segue, dove Acquaviva, la nostra vivandiera, è quasi pronta e sta per servirci quel plov a volontà, ma non esagerate perchè è un piatto pesante e fate conto di non dover baciare nessuno nella prossima settimana.

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