Voglia assoluta di sud, anche quando questo possa voler dire calore insopportabile. Eccoci quindi rientrati nella carovana di Marco Polo, ormai plenipotenziario del Khan che viaggia nell'impero descrivendone gli angoli più lontani. Ha lasciato il Tibet e si muove ormai sempre più a sud seguendo i grandi fiumi che vogliono invadere la misteriosa jungla indocinese.Certo il nostro Marco sarà rimasto impressionato dalle jungle impenetrabili che allora ricoprivano completamente i territori indocinesi, una terra selvatica, pericolosa, tra tigri, elefanti e rinoceronti, dove forse era difficile e pericoloso muoversi ma che dovevano rappresentare per un veneziano curioso del mondo una attrazione irresistibile. Teniamo conto che il suo passaggio da questa parti corrispondeva ad uno dei periodi di massimo splendore della cultura Khmer, tuttavia probabilmente alla vista assai più rozza, forse, delle raffinatissima corte del Gran Khan. Si sarà mosso attonito e stupito attorno agli stupa di Angkor wat o sarà rimasto senza fiato dinnanzi ai grandi visi di pietra del Bayon, come me che per cinque giorni mi sono aggirato tra queste straordinarie rovine, dove la jungla impietosa, come allora combatte una battaglia quotidiana con l'opera dell'uomo cercando di avvolgere e assimilarne la presenza per annullarla completamente, per annichilirla infine nel suo abbraccio mortale.Cap. 120-123
E quando l'uomo si parte da questa provincia discende per una grande china per bene due giornate e mezzo. Poscia va per 15 giornate per un luogo disabitato e sozzo ov'à molte selve e boschi con leofanti e unicorni e altre diverse bestie assai...
Cap. 120-123
Niente da fare, il mercante alla fine prevale sull'attonito viaggiatore e lo riporta sulla terra, però possiamo immaginarcelo a fantasticare sui molti affari che si potevano imbastire da quelle parti. Sicuramente ci sarà già stato un gran movimento, che allora era composto prevalentemente di pellegrini, ma lì c'era già una grande città piena di posti di ristoro, come quelli che adesso nutrono i turisti che arrivano a frotte, gustandosi magari una cua nâu bôt bâng, la zuppa cambogiana di tapioca e granchio (per la ricetta vi rimando come al solito da Acquaviva). Io masticavo le mordide palline di farina di manioca pensando alla forza che, dopo 800 anni, emerge da quei visi di pietra che ti sorridono immobili e sereni, lui forse almanaccando le differenze di prezzo del pepe nero, franco porto di Venezia, naturalmente.































E già, i due fratelli pensavano di farsi un salto ad Acri, mandare la missiva al Papa e tornare al più presto, che il mercante non ha mica tempo da perdere, chì se lavùra e il Gran Cane mica sta lì ad aspettare con la gente di tutto il mondo che va a fargli visita e ti frega qualche bel contratto. Invece il destino è lì che ti aspetta; arrivano in Terrasanta e la notizia fresca fresca che ricevono è che il Papa è morto e tocca aspettare che ne facciano uno nuovo.
canali e ingombra le menti. Il camminare per calle e callette segrete e poco popolate non deve essere però cambiato rispetto ad allora e la nebbiolina condita di odore di acqua morta di certe giornate di novembre sarà rimasto lo stesso che vedeva il giovane Marco, che sognava di seguire padre e zio, non appena avessero avuto notizie buone dal Conclave in atto. Chissà cosa mangiavano i Polo, certamente piatti ricchissimi di spezie (per attutire la puzza delle carni mal conservate), che tra l’altro erano appunto uno dei business migliori dell’epoca, ma di questo di certo ci renderà edotti la brava 






