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mercoledì 25 febbraio 2009

Yín Háng


La coppia di caratteri che esaminiamo oggi, definiscono, come è consueto nel cinese moderno, una realtà nuova con concetti antichi. Il primo (Yín ) è composto di due parti più semplici, quello di sinistra significa "metallo", uno dei cinque costituenti della natura secondo il Tao, assieme ad acqua, fuoco, aria e legno, secondo un concetto comune con cui anche i nostri prearistotelici tentavano di spiegare la complessità del cosmo. Sembra essere la stilizzazione di una copertura sotto la quale si scava per strappare alla terra le parti da cui si ricavano i metalli di cui la Cina è sempre stata povera; scavo che bisogna tenere nascosto appunto per non suscitare ai vicini insani desideri. La parte destra invece significa "duro, potente". Insieme danno il concetto di "argento" un metallo che serviva a coniare le monete, che dava il vero potere, quello economico. Il secondo carattere (Háng) invece è la stilizzazione di un concetto abbastanza complesso. Trasformatosi in maniera elegante, era all'inizio la rappresentazione di un incrocio di due grandi strade e così si trovava nei primi esempi incisi su ossa di animali. L'incrocio delle vie ha sempre rappresentato in tutte le culture, l'incontro tra le genti e le persone, il movimento da cui è nato lo scambio, il commercio. Infatti il carattere ha mentenuto due significati. Il primo è quello di "camminare" che vede nell'incrocio di strade la rappresentazione dello spostamento fisico delle persone, ma poichè proprio da questo muoversi e incontrarsi nasce l'economia, il carattere ha cominciato a rappresentare ciò nasceva negli incroci delle strade, il mercato, le botteghe, il negozio. Ecco dunque che nel cinese moderno, il "negozio dell'argento" non significa altro che "banca" e cioè il luogo fisico dove la gente si incontra per comprare (o vendere) il metallo che serviva come moneta di scambio. Scambio fisico certo, metallo contro beni o magari servizi. Poi noi, al seguito degli Stati Uniti, per un decennio almeno siamo andati a raccontargli che le loro "banche" erano assolutamente inadeguate alla finanza moderna, che dovevano darsi una mossa se volevano entrare a pieno titolo nel flusso mondiale degli scambi telematici, che i loro sistemi non avrebbero retto di fronte alla moderna intermediazione che, con sapienza e arguzia, creava nuovi strumenti, derivava titoli complessi ma efficientissimi, altro che scambi di pezzi di metallo! Adesso i manager delle banche cinesi sono un po' frastornati, non sanno bene a cosa credere; hanno in cassa montagne di crediti (di carta però non in pezzi d'argento) e per questo non si sganasciano dalle risate come vorrebbero e un po' di proccupazione ce l'hanno anche loro, però dentro gli viene da sorridere quando sentono le contorte scuse delle teste fini che erano così avanti. Si ricordano per la verità, che la carta al posto dei pezzi d'argento l'avevano già inventata loro ottocento anni fa e Marco Polo, che pure era furbo, ne era rimasto basito, ma ai "banchieri" che non avessero coperto la carta con i dovuti pezzi d'argento, Kubilai Khan il buono, avrebbe senza astio tagliato subito la testa, non prima, per monito, di averli sottoposti alla tortura detta delle mille morti. Niente bad bank o bad company, via le teste, chiaro? Quanto lavoro, oggi, se il povero imperatore fosse ancora in vita!

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